Numero 31 / Luglio/Agosto 2009

"E' meglio sbagliarsi in fretta che aver ragione troppo tardi". (Yuri Gagarin)
Lo stadio nello Stato
Il Consiglio Federale della Figc presieduto da Giancarlo Abete ha modificato l’articolo 62 delle norme organizzative interne che vanno sotto la dicitura “Tutela dell’ordine pubblico in occasione delle gare”. Da questo momento i cori razzisti, come quelli subiti in Juventus-Inter dal giovane attaccante nerazzurro, potranno portare alla sospensione della partita.
Una prece alle anime benedette della malacoscienza.
La previsione di sospensione verrà attuata in presenza di «cori, grida e ogni altra manifestazione discriminatoria» nei confronti di un calciatore. Dalla prossima giornata di campionato dunque, se dagli spalti degli stadi partiranno cori di stampo razzista all’indirizzo di qualsiasi giocatore straniero di ogni razza e colore, il responsabile dell’ordine pubblico in servizio designato dal Ministero dell’Interno potrà ordinare all’arbitro, anche tramite il quarto ufficiale di gara o un assistente, di non iniziare la gara o, se questa fosse già iniziata, di sospenderla immediatamente.
Una alle anime dannate del qualunquismo.
Agli indifferenti, alle spallucce.
Già nei giorni scorsi il capo della Polizia Antonio Manganelli, d’intesa con il ministro dell’Interno Maroni, aveva diramato ai questori una circolare in cui si chiedeva l’inasprimento delle misure di contrasto ai fenomeni di razzismo negli stadi, contemplando fra l’altro proprio la sospensione delle gare, anche in caso di esposizione di striscioni a sfondo razzista.
Adesso è diverso. Tutto diverso. Radicalmente. Ripuliti gli occhiali appannati, la vista è tornata lucida, finanche aguzza. Ha ripreso confidenza con la lunga gittata, il termine distante, il lavoro indefesso. È tornata strategica. Ha smesso, finalmente, di ristagnare. Di soffermarsi ai canonici dieci centimetri dal proprio naso. Di focalizzare pedantemente, tanto per dirne una, la costellazione di Centri di Permanenza Temporanea disseminati lungo la costa, dove migliaia di poveri cristi scontano una pena che non si sono guadagnati. Di indugiare sui ministri leghisti, e quelli forzisti, e quelli alleantini, e tutti gli altri, che parlano di clandestini e firmano decreti d’espulsione, lasciando uomini ai flutti del mare o alle galere, donne allo stupro sistematico e alla tortura. Di indagare il linguaggio televisivo, quello pubblicitario, quello conviviale, grondante di rumeni violentatori, zingari scassina-ville e slavi aguzzini. Pedagogia di popolo che fu – ma questa è banale – migrante come pochi altri. La marina militare solca i mari per respingere i barconi dei disperati. E disperati lo dicono tutti, anche loro, gli stessi che respingono, tanto per dire. Che è come uccidere un innocente. Come che sia, in questo Paese dove un richiedente asilo può marcire in un Cpa per due anni in attesa di vedere vagliata la propria posizione, dove un ricercato politico può essere espulso per scadenza dei termini di soggiorno, dove si modificano le panchine per impedire agli emarginati di guadagnarsi un posto per dormire, dove i bravi cittadini insorgono contro l’eccessiva concentrazione di badanti ucraine in piazza, adesso non si può fare più “Bu” a Balotelli.
Non è permesso. È vietato, pena la fine della giostra.
Un passo avanti, si direbbe, se fossimo ipocriti. O perbenisti. Comunque superficiali. Di quelli che hanno bisogno, di tanto in tanto, di mettere l’anima nella centrifuga e strizzarla a dovere. Quelli col culto formale dell’apparenza, o con l’apparente culto della formalità, come certi dublinesi di Joyce. Ma c’è qualcosa a monte che infastidisce, irrita la pelle, riempie di bolle. Abete e Manganelli hanno deciso di “porre un freno all’inciviltà dei tifosi”. Dei tifosi. Abete e Manganelli. Manganelli. Il capo della polizia. Viene da sputare e da ridere, compulsivamente. Il senso del pudore dev’essere un vizio demodé. La polizia antirazzista. Manganelli. Come ritrovare le poesie inedite di Pietro Pacciani, dedicate alla luna e alla Maremma. Ma non è neppure questo. E di sicuro non c’entra Balotelli, che starebbe sul cazzo pure al Mahatma Gandhi se Gandhi fosse vivo e s’interessasse di calcio. C’entra il fatto che questi signori hanno stabilito che il Razzismo è una forma di inciviltà da tifosi. E stringono l’ambito delle (pur discutibili) libertà da stadio perché lo stadio è la loro fossa biologica: una specie di microcosmo, di mondo in miniatura ricreato nel vaso di una pianta, fuori al balcone. Balocco per gente dalla mente raffinata, che al mondo nella pianta applica quel che non è in grado di far rispettare nel mondo reale. Quel che non pensa neppure di proporre. Manganelli. Le sue squadre alle prese con le puttane nigeriane e i rifiuti umani di mezzo mondo. Le si immagina, candide come lenzuola bianche. Loro, che non hanno avuto freni neppure dinanzi ad una pletora di giornalisti e deputati, quando si è trattato di massacrare decine di italianissimi adolescenti nelle stanze sigillate della Diaz. Puliti, candidi. Loro, per bocca del loro capo supremo, chiedono ai tifosi di smetterla con l’inciviltà. Anzi, lo impongono. Inasprire, è il termine usato. Perché l’inciviltà dei tifosi ha traboccato, ha macchiato il pavimento del Paese. Che sospettano pulito. Eppure, se la civiltà di un popolo è quel che traspare, l’insieme di abitudini e vezzi con cui si riempiono le giornate festive e quelle feriali; se la civiltà di un popolo è la sommatoria delle civiltà dei popolani, allora per risultare incivile, lo stadio dev’essere per forza di cose popolato da popolani d’altre popolazioni. Popolazioni che fondano la propria civiltà sull’inciviltà. Non possono essere figli di questo Paese quelli che fanno “Bu” a Zoro. Perché questo Paese schiera l’esercito sulle coste, impiega i neri a nero nelle campagne, sottopaga tutti gli altri nelle imprese familiari del Nordest e del Nordovest, s’oppone ai matrimoni misti, alla costruzione di luoghi di culto non cattolici, ha un presidente del consiglio che si scaglia contro la Multietnicità, un filosofo di Stato che parla di Meticciato… Ma non fa “Bu” a Zoro.
Sono le curve, il problema.
Il nuovo tabù è stato confezionato, impacchettato, mostrato come la Coppa del Mondo nella sala del Comune. Adesso sarà molto più difficile sostenere che fare “Bu” non è un atto sovversivo, ma la quintessenza del conformismo. Esattamente come col Neofascismo. Inasprire, vietare, proibire sono le uniche maniere di renderlo affascinante. Ideologia di mazzieri e gerarchi panzoni e vili, di gente che non ha saputo neppure morire con dignità, rivalutata ad emblema d’onore e coraggio dall’inorridito tabù dei benpensanti. Degli stessi che il fascismo, quello vero, lo avrebbero appoggiato senza neppure stare a discutere. Con calore e convinzione. Come con la Shoah e la sua negazione. Come col Satanismo. L’unico modo per far vivere e prosperare un’idea mediocre è perseguitarla, come il modo più facile per fare di un libro un best-seller epocale è metterlo all’Indice. Si presume che Manganelli lo sappia.
