Numero 31 / Luglio/Agosto 2009

Numero 31 Luglio/Agosto 2009

"E' meglio sbagliarsi in fretta che aver ragione troppo tardi". (Yuri Gagarin)


I figli di tutti vs I figli di nessuno



Li vedo ‘sti bastardi stare in piedi mentre i buoni sono al campo santo. (Colle der Fomento/Kaos One)

È il buon senso comune a scamiciare i proiettili.
Che divide, laddove i kids, aldilà degli stornelli e delle sottoculture ostentate, dovrebbero davvero dimostrarsi united. Invece, più si scava più affiorano distinzioni. Una pioggia sottile e fitta di distinguo, di ma però, di non so.
Tre ragazzi, tre storie differenti, in certi punti agli antipodi.
Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri.
Nessuno ha mai pensato di affermare che questi tre ragazzi siano la stessa cosa. Neppure retroattivamente. Le scelte contano. Eccome.
Però tra loro e noi, tra le loro esistenze sconosciute e la notorietà della memoria (di cui avrebbero fatto volentieri a meno, ma lasciamo perdere…), ad un certo punto della storia s’è insinuato il tratto accumunante, che è difficile omettere. La violenza, la brutalità, la follia poliziesca. Follia costruita sul metodo delle accademie, per nulla casuale, occasionale, ma anche questo tralasciamolo. Cosa c’è di male a pronunciare quei tre nomi uno accanto all’altro? Cosa c’è di sbagliato, oltretutto?
Invece distinguo. Carlo, dicono certi benpensanti, era un violento, uno che stava impunemente attaccando una camionetta dei carabinieri. Gabbo, replicano dall’altra parte, era un rissoso da autogrill, un ultras, uno di quelli che rovina le domeniche alla brava gente.
Da un lato all’altro l’incapacità di leggere l’affinità. Di comprendere l’attacco.
Quei proiettili, quelle manganellate omicide, certo. Ma anche il vuoto sublime di certi moralismi, trincea e fortezza del perbenismo poliziesco. Fortini inespugnabili, che nessuno pensa neppure di scalfire. Quelli per cui si piangono gli eroi di Nassirya e i bravi ragazzi che saltano in aria in Afghanistan; quelli per cui è giusto che gli imputati delle “ultime Brigate Rosse”, arrestati nel 2007, prendano dai 15 agli 11 anni di galera per il ragguardevole livello di pericolosità sociale espresso nelle intercettazioni; quelli che Carlo era un punkabbestia perdigiorno, Federico un drogato, uno sballato da sabato sera, Sandri un mezzo fascio che viveva aggredendo juventini in autogrill.
Pace fatta con la coscienza. In fondo, tutti e tre se la sono cercata. E sia.

Il cittadino s’erge sul suo trono di indifferenza e superficialità. Che nessuno osi infastidirlo. Non è il suo momento. Non ancora. Non siamo pronti.
Prima bisognerà guardarci negli occhi. Noi, gli antagonisti diffidenti.

I carnefici di Federico Aldrovandi – gente che ha avuto il coraggio di ridere ripensando che a furia di menare un ragazzino gli si era spezzato il manganello – sono stati condannati a 3 anni e mezzo. Uno di loro, al momento della sentenza, era in servizio a L’Aquila, in difesa dei grandi del pianeta. Placanica, dalle pagine di Repubblica, continua ad urlare la propria innocenza. Quel giorno a Genova, dice, ho semplicemente difeso un alto ufficiale, che sparò perché bisognava cercare il morto. Ora ha paura di morire in qualche incidente mafioso, lo sbirro, che di suo vorrebbe tanto tornare in servizio. Come Spaccarotella. Sei anni (6) di condanna in primo grado, che ha pianto di gioia mentre il popolo italiano si esprimeva per bocca del giudice. Negli stessi momenti in cui l’avvocato difensore esultava come dopo un gol, e la madre di Gabriele sveniva. Nella notte, a Roma, due piccoli episodi di ritorsione. Due arresti. “Rivolta ultras”, titolava il Corriere, mentre Bonini – l’autore di Acab – apriva il suo commento con un sibillino: “Pezzi di merdaaa. Alle 8 della sera, un urlo spezza la voce del presidente di Corte d'assise Mauro Bilancetti e annuncia che i demoni di Badia al Pino sono di nuovo tra noi”. La domanda rimane incastrata: chi sono i demoni di Badia al Pino? Le acque sono già torbide a sufficienza. Eppure la questione appare chiara. Mai chiara come adesso, anzi. Uno sbirro nota una scazzottata (oltretutto finita) e per evitare che la macchina degli aggressori se la svigni, punta a braccia tese la pistola e spara. Da una parte all’altra dell’autostrada. Da un autogrill all’altro. Ci sono i testimoni, ben cinque, ma si è ritenuto di sorvolare sulle loro deposizioni. Chi sono i demoni di Badia al Pino?
Gli stessi che – quella sera stessa – tormentarono la buona coscienza di questo buon Paese di brava gente con le immagini di scontri tra ultrà. Sui gradoni di una curva, per strada, in stazione. Perché di quello si parlò, quel giorno. Di violenza ultras. Eppure la situazione sembrava polarizzata ben bene. Sbirro, autostrada, pistola. Colpo mortale. Omicidio volontario. Perché se uno spara puntando una macchina in corsa, lo mette in conto. Come i lanciatori di sassi dal cavalcavia, no?
Riccardo Garbin, assassino di Monica Zanotti, uccisa da un sasso nel 1993, è stato condannato a 15 anni di reclusione. Paolo Bertocco, Franco, Paolo e Alessandro Furlan, assassini di Letizia Berdini, uccisa nel 1996, sono stati condannati a 18 anni e 4 mesi di reclusione, nella sentenza d'appello, dopo che in primo grado gli imputati erano stati condannati a 27 anni e mezzo. Per tutti l'accusa era di “omicidio volontario”. O, come segnala Cristiano Armati, ripescare il caso di Dohina Matei, la ragazza rumena che uccise Vanessa Russo (con un ombrello) nella metro di Roma. Diciotto anni per “omicidio preterintenzionale”. Raffronti interminabili, pesca grossa nell’arcipelago della giurisprudenza italica. Senza contare le minuzie: i poveri cristi sbattuti dentro per un furto, una truffa, un videopoker. E dimenticati. Ma basta il quadro d’insieme per tirare i remi in barca.

Il medico esperto, scevro da pregiudizi, riconoscerebbe subito i sintomi. L’atavica attitudine di questo Paese – delle sue istituzioni, dei suoi media, della sua opinione pubblica orientata – di guardare alle forze dell’ordine come ad una estesa banda di tutori della propria sicurezza minuta. Una ronda borbonica in scala nazionale. Un servizio semiprivato di protezione mafiosa. “Sono figli nostri”, ripete la retorica patriottarda ad ogni parà o carabiniere che salta in aria nel mondo. E, dopo l’affiliazione e il parentado, è facile prendere e giustificare ogni eccesso, ogni sfacciata arroganza. In questo Paese, nella sua melensa cultura viziata, il concetto di abuso è un orpello, un vezzo, da lavare – in casi estremi – nella più privata delle lavanderie da cortile. Non esiste una dimensione pubblica dell’abuso di potere. E il potere, interpellato, anche in caso d’evidenza lampante, non può che sancire – in un rilassante episodio di surf umorale – l’ovvio: sono figli di tutti, hanno venticinque anni e a quell’età è facile perdere la testa. Per la vicina di casa, per il calcetto, per una pistola. Lasciare correre, lasciare passare. Anche quello che agli altri – ai coetanei figli di nessuno sprovvisti di divisa – non si perdona.

Perché la sensazione è quella di vivere due Italie parentali sovrapposte. Se il maggiore dei parà Alessandro Di Lisio di Campobasso muore da occupante in un attentato dei talebani, la notizia diventa Ultim’ora e spinge al pianto. In pochi attimi piange la moglie, la mamma, la figlia. Ed è naturale. Innaturalmente, però, subito dopo piangono anche Giorgino, Mimun e Pippo Baudo. Poi la comunità s’allarga: piange Campobasso, piange il Molise, piange la Penisola intera. Commenti da Aosta a Canicattì all’insegna della commozione più nera: “Non lo conoscevo, ma era come un figlio”. Per i morti in divisa si assiste ad una sovrapproduzione di padri e di madri che ha del miracoloso, specie (o forse proprio in virtù di questo) in un Paese dalla natalità azzerata. Se Placanica spara e Giuliani muore, oltre la cortina emozionale dell’inizio, sarà Placanica ad avere tanti papà e tanti fratelli in più. Perché calabrese, lavoratore, onesto. Un povero figlio dell’Italia minore lanciato in orbita, in pieno luglio, a fronteggiare dei drogati perdigiorno in passamontagna. Uno che poteva starsene al mare, con la birretta non corretta e la fidanzatina illibata e che s’è visto puntare contro un estintore da un poco di buono. L’immedesimazione. Placanica santo, Giuliani se l’è cercata. E sia. Perché Giuliani – come Aldrovandi, Sandri ma anche Abba o Tommasoli – appartiene a quella genia di individui che non hanno altra famiglia spendibile, in questo Paese, se non quella naturale. Fateci caso: sarà il filtro dei cinegiornali di propaganda, ma l’affetto che ricopre uno sbirro in servizio non sarà mai simile all’affetto verso un poveraccio che dormiva in macchina nella traiettoria di un pazzo maniaco in divisa. Anche aldilà delle dinamiche, chi muore sotto i colpi della legge non è mai uno stinco di santo. In qualche modo, se lo meritava. A Carlo resta l’ostinata memoria dei suoi compagni; a Federico, ad Abba, quella degli amici; a Gabriele la rabbiosa consapevolezza dei suoi ultrà. Solo alle forze dell’ordine, in questo Paese, si allestiscono camere ardenti. Solo per carabinieri, poliziotti e militari, si officiano funerali di Stato.



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