Numero 31 / Luglio/Agosto 2009

Numero 31 Luglio/Agosto 2009

"E' meglio sbagliarsi in fretta che aver ragione troppo tardi". (Yuri Gagarin)


Cattivi pensieri


Impressioni e delusioni del corteo No-G8 di Lecce

Saremo a Lecce per riflettere e contestare, convinti che la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche sia un diritto fondamentale che va esercitato sempre. Tanto più oggi, dentro una crisi che morde la vita di ognuno e che colpisce maggiormente le fasce più deboli.
Oggi un altro mondo non solo è possibile, ma è necessario.


La spiacevole sensazione di chiosare supponenza: Si, questo è un brodo, è una minestrina riscaldata, è acqua che fa le bolle. Se siamo d’accordo coi contenuti? Ma certo che si, che domande… Ma bastano i contenuti? La politica è un gioco di forze, sosteneva Marx. Ributtante come la lebbra e il tifo, aggiungeva Gaber. E allo stato attuale, chi vuole intendere, intenda. Le analisi, chi più chi meno, le sanno fare tutti. Tutti sanno accendere il fuoco sotto la pentola.

È che ci sono centotre sigle! E questo è un bene, non fraintendeteci. Centotre tra partiti, collettivi, associazioni, che hanno garantito che saranno a Lecce per riflettere e contestare. Presto detto. Se ogni gruppo porta in piazza 5 persone, saremo 515. Ma c’è il Partito Comunista dei Lavoratori. Il Prc di Lecce e quello provinciale di Bari. Quello di Lamezia, di Brindisi, di Martina Franca. C’è l’UdU, c’è Sinistra Critica. C’è l’Italia dei Valori di Ugento e i Giovani Democratici. Sono seri questi, diamine! Sono partiti veri, con tanto di organigramma, struttura capillare, sezioni organizzate. Militanza di base. E poi l’Università di Lecce, nella sua totalità. Ci sono i Cobas. Noi abbiamo omesso l’adesione online. Siamo in sette, svegli alle 5 del mattino per la partenza. E i compagni del Cloro Rosso di Taranto, e quelli di sicuro non vengono in cinque. Ergo: siamo fiduciosi. Saremo almeno 550. Partecipazione diretta dei cittadini.

Inoltre, dalla piana del Tavoliere non saremo gli unici. A scorrere le sigle, scorgiamo con autentico godimento che ci sarà anche Comitato foggiano di Attac Italia. E quelli sono tosti, perché da anni vivono in clandestinità. Ne hanno sposato i metodi, i riti. E, come diceva Brecht, il lavoro clandestino va lodato. Chissà quanti saranno. Chissà che impatto avranno sul corteo. Senz’altro devastante, com’è nel loro stile. Ci lasciamo alle spalle le fervide consultazioni per gli apparentamenti elettorali, in vista del ballottaggio di domenica prossima. Rifondazione e Sinistra e libertà hanno spaccato il fronte dei disfattisti: 700 voti a testa. Un successone. Adesso pensano di sposarsi agli ex-missini in quota Udc per battere il candidato del Pdl. Sarà per questo che non hanno neppure aderito virtualmente. Ma è giusto così. Se non ti schieri sul campo, è inutile dire che ci sei col cuore. Gli organizzatori hanno bisogno di certezze.

La Puglia è lunga come al solito. Lecce non sembra blindata, ma deserta lo è senz’altro. I negozianti, nel consueto spirito lacrimevole proprio dell’indole bottegaia, si sono lamentati preventivamente. Qualcuno ha acquistato tavole di legno per difendere i propri esercizi commerciali, autoproclamandosi obiettivo sensibile delle orde di black-bloc comboniani. Il sole è perpendicolare alle nostre teste. Cominciamo ad abbronzarci. All’appuntamento un corifeo sta annunciando entusiasticamente al microfono che siamo appena stati stimati in 500! Caspita! Vuoi vedere che qualcuno ha marinato? Vorremmo alzare la mano, come a scuola, per dire che al computo manca ancora Attac Foggia, che starà senz’altro arrivando. Ma non lo facciamo, per goderci la sorpresa quando arriveranno. E issiamo le bandiere sulle canne da pesca. Ci guardano in tanti, ci fotografano in tantissimi, piaciamo alla digos.

Giovani e meno giovani girano tra i capannelli. Carta, carta, tanta carta. Analisi, analisi e ancora analisi. Tutti hanno capito i reconditi motivi della crisi, tutti sanno come fronteggiarla. Ci hanno appena stimato in cinquecento, la polizia ci circonda, i commercianti temono assalti e la città sembra isolarci come appestati. La strada è spianata, lunga a calda. Partiamo. Con noi ci sono i compagni di Taranto e quelli di Fasano. Spezzone tendenzialmente ultras, molto affascinante. C’è aria di casa, aria familiare. Sia chiaro: non ci sentiamo superiori – più belli, più intelligenti, più movimentisti, più seducenti – agli altri. È che siamo diversi. Tutto qui. Preferiamo il contatto faccia a faccia ai tag in Facebook, un coro goliardico da stadio al canonico canzoniere di lotta, una birra a giro ad una lunga assemblea pragmatica. Spieghiamo chi siamo, che facciamo nelle strade dove viviamo; e ci informiamo sulle strade dei nostri interlocutori. E siamo realisti: dei movimenti planetari per fronteggiare la crisi e rovesciare il capitalismo non sappiamo che farcene. Ci basta sapere dove andremo subito dopo. Cinici? Forse un po’, ma a conti fatti è meglio così.

Non è ipercriticismo. È che i compagni si ostinano a dire che Lecce è blindata, che c’è polizia ovunque, uno spiegamento di forze impressionante. Ma non è così. Certo, scudi e manganelli sono ad ogni angolo di strada, questo è vero. Ma non sono loro ad essere troppi. Siamo noi ad essere troppo pochi. Cinquecento, mille, anche millecinquecento persone sono cifre da corteo in solidarietà ad un centro sociale sgomberato. E noi qui stiamo contestando il G8 dell’Economia. Non c’è proporzione. Probabilmente sarà il caldo. Probabilmente la posizione geografica del Salento. Ma nessuno ci toglie dalla testa che parte della colpa sia dei …volantini. Non dei volantini in senso stretto, sia chiaro. Un sentito tributo a chi ancora ne scrive, ne stampa e ne fotocopia. Quanto dei contenuti. Il retro pensiero cattivo, che facciamo per onestà intellettuale e senza velleità di dirigismo (e se non ci credete, fa niente), è che non sia proprio così necessario al “movimento” questa sovrapproduzione di pensatori, di analisti, di economisti. Così come il solito suprlus di partiti bonsai, di gruppetti autoreferenziali, di militanti virtuali.

E per quanto ci si possa contorcere, la fastidiosa sensazione è che nelle strade di Lecce stia sfilando un circo ghettizzato, volenteroso quanto si vuole ma totalmente incapace di dialogare e coinvolgere nuove soggettività, di aprirsi all’ignoto e sottilmente disprezzato mondo delle strade, di riversare nei cortei il frutto del proprio essere presidio nel cuore della società. Una specie di gay pride dell’Economia. Un mondo parallelo dove sono i cittadini estranei a chiudere le vie di fuga. Non la polizia. I compagni lanciano mutande contro la Camera di Commercio, intonano cori da curva contro Tremonti. Loro si, seguono la retta via della presenza nei quartieri che si fa fattiva resistenza. E si vede. Dai numeri, oltre che dalla qualità. Ma qui oggi dovevano esserci 103 sigle. E ne basterebbero 30 o 40 come loro per popolare queste strade di autentica, imprevedibile rabbia. E se le cose stanno così, il problema è a monte, non credete?

Fatto sta che solo quando ci mettiamo in circolo e facciamo girare le nostre Dreher abbiamo la confortevole sensazione di non essere scesi a vuoto. Che è valsa comunque la pena.



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