Numero 31 / Luglio/Agosto 2009

"E' meglio sbagliarsi in fretta che aver ragione troppo tardi". (Yuri Gagarin)
Trentacinque
Ne nascono altri cento, intervista a Lorenzo Pinto. A due anni di distanza dalla prima proiezione, nel chiostro di Santa Chiara, in tanti non l’avevano ancora visto.
Buio. Telecamera fissa su Lorenzo. Il fratello di Luigi, come lui stesso vorrebbe evitare d’essere riconosciuto per strada. Perché lo dice, l’ha detto. Individuo spezzato dalla strage, con la propria soggettività condannata alla riconducibilità. A quegli affetti, a quegli eventi. Inevitabile, anche a volerci mettere impegno per evitarlo. Non si sfugge. L’intro, le musiche degli Yo Yo Mundi.
È figlio di un periodo, questo video. Lo si nota dalla firma che apre le presentazioni. Coordinamento Antifascista Foggiano. Due anni fa, due soltanto e non venti o trentacinque. Eppure reperto d’archeologia politica: lo sforzo di tenere assieme vecchi e giovani militanti, sigle e siglette, partiti bonsai e associazioni, vincolati all’azione improvvisa piuttosto che alle scadenze, alle parate, alle mascherate di piazza. Bella prova dialettica. Bella palestra di confronto. Col Coordinamento ci si affacciò all’Auditorium, per una visita di cortesia alla X-Mas e ai suoi epigoni. Col Coordinamento si imbandì tavola in centro il 25 aprile. Ma, di quella stagione rapida e mutevole, il frutto più prezioso è proprio questo. Ne nascono altri cento. Quel lavoro di montaggio, di cernita e d’assemblaggio, nell’afoso soppalco di un maggio qualsiasi.
Poi è finita, quell’esperienza, travolta dal tedio degli appuntamenti fissi. Perché fare, praticare, teorizzare l’antifascismo ha senso se i fascisti fanno i fascisti. Qui, invece, ci sarebbero da riordinare archivi di movimento, da esplorare le campagne alla ricerca di testimonianze, da trarre dalle parole di qualche anziana quercia le gocce del nostro trascorso splendore. Torremaggiore, San Severo, Cerignola. E per fare tutto questo non serve un giorno a settimana. Meglio lasciar stare le forme coordinate dell’agire. Perché tanto, quando la casa brucia, si fa in fretta a rispondere. Anche con una preparazione rudimentale.
Trenta minuti di parole soppesate e spezzoni d’epoca. A Santa Chiara l’emozione si sciolse in un applauso. Oggi è successo lo stesso.
Ci sono pochi mezzi per comunicare senza dire. Per dire che la freccia scoccata ha colpito un qualche baricentro. Che, dannazione, si vorrebbe fare di più. Ma umanamente avanzano sempre due mani di troppo. E sbatterle, in questo caso, significa Non dimentico. E, al contempo, Non posso fare altro. Ahimé. Non è ridicolo applaudire. Non sempre.
Dice Lorenzo: Per un periodo, sotto casa, campeggiava una scritta. Compagno Pinto non sarai dimenticato. Difficile da dirsi, oggi che ci aggiriamo come mosche in uno scenario da cristallizzato Day After, quanto sia rimasto di quella impegnativa promessa. Ma anche senza passare in rassegna gli umanissimi difetti, le perfettibili bassezze, le meschine trasmutazioni genetiche dei singoli, basterebbe pesare il vuoto d’aria sul fondo della parola Compagno per tirare due sbrigative somme. Consapevoli che potremmo ritrovarci scossi dall’esperimento. Oggi, 28 maggio 2009, trentacinquesimo anniversario della bomba di Brescia, la stampa nazionale ha aggirato l’evento, relegandone una menzione ai giornali dei partitucoli di sinistra. Luigi Pinto era un nostro concittadino, e ben venga che le istituzioni locali lo commemorino, sebbene accentuando questa accezione campanilistica, che non serve a niente e a nessuno. Ma, inutile girare la testa dall’altra parte, il peso del problema è politico. Se il Corriere sceglie con tempismo sospetto di riaprire una pista anarchica per Piazza Fontana, se le indagini per la stagione delle stragi sono già oggetto di revisione senza verità ufficiale (e giudiziaria), se l’indignazione popolare non viene incanalata verso il buio fondale della Repubblica, il problema è politico. E lo è a maggior ragione se nessuna voce si leva da chi certe barricate le ha bazzicate, ed oggi ottenebra il presente d’un velo d’oblio. Salvifico solo per certe biografie non più funzionali al presente. Ad un presente fatto di dimenticanza e distrazione di massa. Scegliemmo un pezzo di Zulù per chiudere il video, un pezzo che ad un certo punto recita che “Bisogna crederci per morire lottando ed essere convinti veramente che ne nascono altri cento per dare così tanto”. Una sorta di autoinganno a servire il sacrificio del quotidiano impegno. A rendere omaggio ad uno slogan che infonde coraggio a chi si sente spiazzato, isolato, potato come un albero. Ne nascono altri cento, e a guardarsi attorno verrebbe da concludere, con amarezza, che gli slogan sono fatti per essere disattesi. E amaramente conseguirne che il compagno Pinto è – aldilà dei discorsi di circostanza – morto invano. Perché non c’è peggiore morte dell’annacquamento, della confusione, del silenzio. E tanto valeva evitare quella piazza, quel giorno. Quella mobilitazione, quella causa. E tutte le altre, in fila indiana, aldiquà e aldilà del tempo. Avanti fino alle porte del futuro, e indietro, dalla Resistenza partigiana sputtanata in tv da Telese e Pansa ai primordi del movimento per un’uguaglianza e una giustizia sociale che oggi sembrano non fare più né caldo né freddo. Né paura. A nessuno. E come quel barbaro sancì Guai ai vinti, verrebbe da dire Guai ai morti. Ai morti giovani, oltretutto. Ai morti per niente.
Eppure siamo in tanti, stasera. Sparpagliati tra le sedie di plastica, i divani di fortuna e l’ingresso aperto per l’afa serale. In tanti, nonostante tutto, a presenziare. Faccia a faccia con noi stessi. Col dolore privato che si fa storia condivisa, collettiva. Nostra, espropriati di una Collettività Presunta che si nasconde tra le pieghe del presente pragmatico spacciando volantini elettorali, prostrandosi ai vecchi e ai nuovi padroni, dimostrandosi incapace di assomigliare a quel che siamo stati. E che rivendichiamo d’essere ancora.
A pensarci bene, non chiediamo a costoro un ritorno di Comunismo infantile, un’uniformità di vedute che rasenti il ridicolo, il grottesco, il farsesco. Ma uno scatto esistenziale, emozionale. Un salto di dignità fuori dagli schemi imposti del presente, pragmatico o no. Che ci faccia specchiare senza vergogna nella nostra famiglia allargata. Che ci faccia essere degni di Luigi. E di tutti gli altri, prima e dopo di lui.
