Plebe blob

31 Ottobre 2007


La legittimità della marcia

Cronaca del nostro sciopero generale in difesa della scuola pubblica

Roma, 30 ottobre 2008, Le avversità si superano marciando

Appuntamento all’una in piazza Cavour, davanti alla villa comunale. Non siamo in ritardo, non siamo in anticipo. Un buon gruppo – diciotto persone, alla fine, hanno aderito – in marcia lenta. In via IV Novembre ci sfila accanto la Gilda. È una manifestazione unitaria, la prima da un po’. Noi siamo attesi alla Sapienza dalle compagne e dai compagni che manifesteranno contro la 133 a distanza di sicurezza da Cgil, Cisl e Uil. Il resto della gente che vediamo intenta a compilare liste sotto i quattro mezzi pagati dai sindacati confederali, partirà da piazza Esedra. Ci mettiamo in coda. Facciamo partire un paio di cori. La notte è vuota e senza stimoli. I professori e i sindacalisti sull’altra metà del mezzo, non gradiscono. Ma, per qualche minuto, tollerano. Al vetro posteriore piazziamo un paio di stelle e un 133 barrato. I responsabili dell’altro pullman vedono e salgono a redarguirci: Togliete quegli striscioni o non si parte. Il primo dilemma, anche senza prendere sul serio la minaccia di lasciarci a Foggia. La solita storia. Tra noi ci sono pochi tesserati Cgil, questo è vero. In un certo senso siamo ospiti, passeggeri che chiedono uno strappo. Ma aprire alla pluralità implica l’accettazione della differenza, e questo i dirigenti Cgil dovrebbero saperlo. Non siamo ragazzini alla prima manifestazione, sappiamo come vanno certe cose. La diffidenza. Scattiamo in difesa della pezza manco fossimo un gruppo ultrà. Loro si irrigidiscono. E siamo ancora fermi, non abbiamo ancora cominciato. Sullo “striscione” non c’è nulla che meriti questo confronto, in realtà. Il confronto è sui non detti, sul pregresso. Quel che loro pensano di noi, quel che noi pensiamo di loro. Partiamo con un compromesso, lo striscione leggermente occultato tra i sedili, e con qualche coro. Poi uno s’accende una sigaretta. E bastano due tiri per far venire a galla il conato. L’autista prima minaccia, poi fa il giro di un isolato e la mette in pratica. Siamo fermi, di nuovo. Arrivano due pattuglie della polizia. Vengono richiamati dall’emergenza anche i tre mezzi che si erano già avviati. L’autista ci vuole giù dal suo mezzo, altrimenti non se ne fa niente. Per alcuni minuti la piazza è agorà. Ci sono ragazze inviperite dal nostro comportamento (“i cori, le sigarette”) e docenti di lungo corso che, materne, si avvicinano per rimproverarci; ma anche professoresse che se la prendono con la fragilità nervosa del pilota (“Ma lei non ha mai portato in gita una scolaresca?”) e ragazzi che gli chiedono se, parimenti, abbia mai visto cosa sia una trasferta di tifosi. Fatto sta che siamo in un bell’inghippo. Dobbiamo parlare, dire come intendiamo noi la faccenda: allegria e lotta, lotta e allegria, altrimenti partiremmo per un pellegrinaggio. Ma l’allegria non è contemplata nelle vocazioni della maggioranza dei partecipanti. Allora è meglio imporre delle regole. Arrivano i dirigenti. Ancora il pregresso: noi siamo convinti che loro ci considerino dei semplici facinorosi in cerca di rogne, loro esagerano nel considerarci tali. Le reazioni sono proporzionali al pregiudizio reciproco. Alla fine accettiamo il decalogo: non accendere falò, non attaccare altri mezzi civili. E, in un clima di pregiudicata coabitazione, partiamo scortati. Sono le due passate.

L’alba su Roma è lattea. I capannoni industriali, gli svincoli, le case dell’estrema periferia. Il traffico è una barriera difensiva. Insuperabile. Sono le 7 quando vediamo, sulla sinistra, l’Ikea che preannuncia l’Anagnina, ma stavolta quel parcheggio non ci tocca. Saranno stati i campani, i laziali del sud, ad occuparla. La nostra destinazione è l’Eur. Alle 8 siamo ancora incolonnati. Alle 8,15 vediamo il Palasport. Poi la corsa per la metro. Andiamo verso il cuore della protesta. La tensione è una specie di retropensiero. I fascisti sono stati bastonati a piazza Navona, ieri. Hanno passato la giornata a fare blanda caccia all’uomo, a preparare la risposta. Casa Pound, Forza Nuova e Blocco preannunciano la partecipazione. Bisogna guardarsi attorno, prepararsi a tutto. Alla stazione ci fanno storie sulle aste delle bandiere, ma ci servono e riusciamo a passare. Il trenino si riempie in fretta di docenti di ruolo preoccupati per la qualità dell’insegnamento, di precari col posto vacillante, di studenti urlanti. Vanno a piazza Esedra. Tutti scendono a Termini. Noi andiamo avanti fino a Policlinico. Dalla Sapienza partirà lo spezzone degli universitari e dei collettivi. Ci uniremo alle compagne e ai compagni che ci hanno tenuto il posto. Li vediamo, indaffarati, di fronte a Mineralogia. Abbracci e baci. Si discute. Gli eventi delle ultime ore hanno lasciato un segno profondo. Inutile far finta di niente. Ci vuole tempo e pazienza per convincere un gruppo di studentesse che lo slogan Né rossi, né neri, liberi pensieri, dietro la maschera di innocuo, disimpegnato opportunismo equilibrista, nasconde ben altre insidie. I fascisti l’hanno cavalcata, quella scritta, per settimane. Ne hanno fatto il passepartout per sfondare sotto Montecitorio, per prendersi la visibilità del media, per guadagnarsi una legittimità che non devono avere. Ma la maggioranza silenziosa, che pure appoggia la protesta, ha il chilometraggio militante azzerato, e certe spiegazioni risultano ostiche, quando non apertamente incomprensibili. In piazza Aldo Moro fa freddo, piove. Altri compagni. Srotoliamo lo striscione sotto al vascone, innestiamo le aste per le bandiere più alte: ci siamo concentrati sul “colore”, ci siamo specializzati nel farci notare. La bandiera dell’Angola, la stessa dello “Zaccheria”, non fa a tempo a mostrarsi che parte il tam-tam dei commenti. I più audaci vengono a noi con una domanda: Che bandiera è? Che rappresenta? Che c’entra? Ci incastriamo tra Lettere ed Ingegneria. Amici e compagni fanno trillare i cellulari. Ci raggiungono. Abbiamo aste di 4 metri: un vessillo rosso e nero alla maniera della Cnt, sormontato dalla bandiera della pirateria. Ci vedono da ogni parte. Quando anche lo striscione diventa visibile – Né 133, Né 113 – catalizziamo tutta la tensione e l’incipiente preoccupazione che s’ammassa agli angoli del corteo che si va formando. Una ragazza ci chiede, per cortesia, di togliere i simboli politici. Un suo collega cerca quasi di imporcelo, “Noi abbiamo deciso che i simboli politici devono rimanere fuori dalle manifestazioni”. Noi chi? Un’altra studentessa ci avvicina: “Voi siete un collettivo politico, perché state tra noi?”. Spiegare la politica richiede tempo e pazienza. Spiegare quali collegamenti cerebrali s’azionino in costoro, al semplice sentir risuonare la parola, è materia per sondaggisti e politologi. È stata la depoliticizzazione forzata, la scissione tra il fare sociale e il fare politico a creare i peggiori mostri dei nostri tempi: i burocrati di sedici anni e i fascisti di ritorno. Noi ci accontentiamo di creare un piccolo caso: abbiamo i nostri simboli e non li nascondiamo. Lo stesso fanno altri all’interno del corteo, e questo ci rincuora. Che c’entra la Jolly Roger con la Riforma? Che c’entra la scritta Antifa nella firma dello striscione? Il corteo giunge in piazza dei Cinquecento grosso come si deve. Le bandiere sventolano, i cori s’alzano – Né Gelmini Né Celerini – in tanti s’avvicinano per farci apprezzamenti. Il versante dell’identità non è più a rischio. Festeggiamo, all’altezza della stazione Termini, con la prima torcia della giornata.

La tensione, si diceva. Non sparisce, non ci abbandona. Si trasforma, piuttosto. In voce. E rincorre altre voci. Di tanto in tanto un compagno ci affianca, trafelato, e ci annuncia che i fasci sono “a piazza Barberini”, o a “piazza della Repubblica”, o “inflltrati nel corteo”. Rimaniamo guardinghi, sempre. A scaglioni partono le staffette. Sarebbero stupidi ad attaccare oggi. In nessun punto siamo vulnerabili. E non solo per la presenza discreta d’un servizio d’ordine che c’è ed aleggia, e neppure per la storica ruvidità del cordone metalmeccanico. Quanto per la natura stessa del corteo. Piazza dei Cinquecento è l’unico momento in cui sfioriamo quello ufficiale, quello dei sindacati. Loro vanno a via Nazionale, noi svoltiamo per via Cavour. Poco prima del curvone, un ragazzo accende una torcia da ferroviere. Non sappiamo chi sia, nessuno lo sa. Ed allora accendiamo una torcia anche noi. E ci si fronteggia, come allo stadio. La tensione, carsica, risale a galla. Qualcuno allontana il ragazzo e gli altri alle sue spalle. Un vecchio sindacalista urla: “Corteo!” e rimette in movimento il serpentone che s’era fermato, pronto all’abbisogna. Fino ai Fori Imperiali c’è un mare di teste. E non siamo il corteo ufficiale. Lo striscione “spacca”, i fotografi immortalano facce e momenti. Sui balconi c’è gente che incita, che sostiene la lotta, che invita a non mollare. A Piazza Venezia ci raggiungono profughi dell’altro corteo, gente che ha perso la direzione. Molti bambini si incuneano tra noi. Non è una bella mossa. Ci aspettiamo un attacco, un vertice di pathos, da un momento all’altro. Si scatenerà il panico, non sarà bene avere bambini da scansare, in quei momenti. Ma la tensione, invece di crescere, si stempera man mano che la marcia avanza. Compatti, dietro lo striscione. Gli sbandieratori non si placano. Abbiamo piena legittimità nel corteo, come tutti gli antifascisti, del resto. Ingegneria lo ribadisce nei suoi cori. Distribuiamo volantini anche ai bar e alle tavole calde. Via delle Botteghe Oscure, il Tevere. Le voci che si accavallano trovano una loro sistemazione topografica: si va al Ministero dell’Istruzione, non ci sono più dubbi. Lo si va a circondare. Viale di Trastevere è alberato e grigio. Ha smesso di piovere, ma s’è nascosto anche il sole. Piazza Mastai sulla sinistra, la fontana, il ricordo di Gianni Rodari. Meritiamo un scuola pubblica, la meritiamo per la forza che ci stiamo mettendo e perché non ci va affatto di dover innestare misture ogm sui ricordi dei bambini. Non ci va di legare i loro sogni al profitto, all’individualismo, al carrierismo, sin da subito. Questo sistema non avrà la nostra essenza. “Un po’ utopista il vostro volantino…”, ci comunica una signora. Lo leggiamo, lo facciamo leggere. Non ci pare. Abbiamo scritto che l’unica via d’uscita è il conflitto, radicale e senza concessioni al compromesso. Ed abbiamo aggiunto che la nostra ricetta, semplice e sintetica, non va limitata al solo mondo della scuola. Rompere gli argini, inondare l’intero campo del precariato esistenziale. Utopista? Speriamo di no. Al Ministero ci dedichiamo a sparare bengala verso le finestre. Dei ragazzi ci corrono incontro spaventati, come dinanzi ad un pesante attacco alla tranquillità del movimento. Le stesse scene sulla facciata principale, dove la polizia s’è schierata massicciamente, con gli scudi alzati. Pensavano al colpaccio, all’occupazione dell’istituzione. Sarebbe stato necessario. E non è detto che il futuro immediato non ci riservi colpi di coda. Maroni invoca pene severe per chi occupa. Sono sulla difensiva, ed è un bene. Ma il movimento rimane sfaccettato, composito. Ci sono margini di crescita, ancora. L’importante, dopo gli eventi di piazza Navona, era riaffermare l’aspetto politico della protesta, la centralità del progetto in luogo del semplice frastuono, sconfiggere i nemici nascosti, i nuovi conciliatori e quelli che si sforzano di appiattire, di depotenziare tutto. E qualche punto, in questa direzione, possiamo dire d’averlo segnato. Sfilando come siamo.


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