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08 Marzo 2007


Memoria labile: i fascisti ci riprovano

Il Comitato Promotore

C’è Alessandro Mezzano, “voce identitaria” della comunità perugina, polemista che pubblica per l’Insegna del Veltro di Claudio Mutti. C’è “il camerata” Adriano Rebecchi di Verbania, del Movimento Nazional-Popolare. E poi Rutilio Sermonti di Montecompatri, anch’egli del MNP, che ha da poco dato alle stampe il best-seller “Omaggio alla Rsi”. Alessio Borraccino, che cura il Calendario della memoria, coi nomi di 378 caduti della Repubblica sociale. Il professor Salvatore Bocchieri di Milano, presidente dell’Associazione Amici del Tricolore. Nicola Cospito, già sergente dei parà e responsabile della cultura del Msi, oggi insegnante di Storia e filosofia al “Seneca” di Roma e animatore della Fondazione Evola. Massimo Tirone, l’avvocato nazionalpopolare che su mandato di Luca Romagnoli ha inibito a Pino Rauti il nome e il simbolo della fiamma. Simone Perticarini, che a Fermo organizza concerti di rock identitario e convegni sul ruolo “anti-italiano” di Fini in compagnia di Gabriele Adinolfi. Celsio Ascenzi di Colli del Tronto (Mnp anche lui). Benito Sarda di Barrafranca, professore di grafologia ed “appassionato militante incline allo sberleffo e al dileggio”. Gennaro Sorrentino, che guida un nucleo di camerati di Pomezia in arditi volantinaggi astensionisti presso i locali mercati ortofrutticoli. Giuseppe Antonio Cuscunà, tra i firmatari di una fantomatica Coalizione Generazionale.
C’è nientepopodimeno che Paolo Signorelli, l’ideologo del socialismo nazionale, già militante di Ordine Nuovo e del Fronte Sociale, rinviato a giudizio per la strage di Bologna nel 1986 (successivamente assolto per non aver commesso il fatto) e condannato nel 1988 per “banda armata”. Antonella Ricciardi, singolare figura di giornalista-pubblicista, con articoli sparsi dal “Corriere di Aversa” a “Orion” e “Ordine futuro”, con al suo attivo interviste a personaggi del calibro di Erich Priebke, Adriano Tilgher, Roberto Fiore, Alessandra Mussolini, Stefano Delle Chiaie e Costranzo Preve. Carlo Infante, fotografo leccese e dirigente dell’Ugl. Diego Balistreri, organizzatore di feste d’area in quel di Ostia. Maurizio Canosci, già Socialismo Nazionale, di San Sepolcro. Enrico Viciconte, segretario del movimento neoborbonico. Filippo Giannini, architetto romano, fiero dei suoi trascorsi da balilla, già Msi, autore del libro “Benito Mussolini l’uomo della pace”. La signora Edda Porrovecchio, che manifestò a suo tempo l’intenzione di denunciare per tradimento gli operai “rossi” che durante la Seconda guerra mondiale si resero responsabili del sabotaggio di alcuni cannoni. Antonio Demengo, candidato per Alternativa sociale in Abruzzo. Ferruccio Rapetti, autore del volume “Ero un balilla”, in cui sostiene la tesi che Giovanni Pesce ammazzasse gente a tradimento per scatenare la guerra civile su ordine di Mosca e del Pci. Emilio Maluta, reduce della Decima Mas, apologeta di Borghese, uno che chiama “martiri” i repubblichini caduti. Carlo Boccadifuoco, libero professionista catanese, già firmatario di un appello in favore di Robert Faurisson, così come il pisano Benedetto Bargagli Stoffi. Mario Pellegrinetti, già segretario di una sezione di Uq nel 1945, già fondatore di sezione del Msi nel 1946, dal ’96 segretario provinciale di An a Lucca. Stelvio Dal Piaz, repubblichino a Salò ed ex-missino, ex-Fronte sociale nazionale, oggi As. Il professor Alberto Figliuzzi, autore de “Il negazionismo della libertà”, testo caldamente consigliato dai revisionisti italiani dell’Olocausto.
Giano Accame, repubblichino, giornalista, redattore de “Il Borghese”, relatore al convegno dell’Istituto Pollio del 1965 (cfr. Strategia della tensione) con una tesi sulla controrivoluzione dei colonnelli greci, direttore di “Area” con Alemanno.
Claudio Boninu, vicino a Fiamma.
Sergio Tau, regista televisivo con sintomatici interessi per la storia saloina ed autore – con Accame – di una collana di dvd sugli intellettuali di destra. Franco Morini, opinionista del superamento della dicotomia destra/sinistra. Claudio Mutti, professore, editore, fascista rosso, autore di “Nazismo e Islam” ed egli stesso maomettano. Giannetto Bordin, già espulso da Fascismo e Libertà, autore di “Spia del Buro Marine – Un balilla moschettiere nei servizi segreti tedeschi”. Il professor Danilo Zongoli, di Socialismo Tricolore. Paolo Del Prete, singolare dj romano studente di teologia, appartenente alla Milizia di San Michele Arcangelo. Gianni Donaudi, autodidatta del racconto ed articolista per riviste della destra radicale, di cui è possibile trovare alcune foto nelle quali – sicuramente per gioco – impugna un mitra.
Azione e Tradizione, movimento politico cattolico di Modugno (Bari).
Gli XenophiA, gruppo rock cristiano tradizionalista.
E ancora: il dottor Francesco Mancini di Civita Castellana. Giuseppe Corallo di Milano. Cataldo La Neve di Brindisi. Mario Picone dalla Germania. Alvise Zucconi di Roma. Agostino Fusar-Poli di Lodi. Fosco Guidi di Frascati. Francesco Di Lorenzi. Paolo Albanese. Giacomo Ciarcia di Livorno. Giampaolo Drochi dell’alessandrino. Stefano Sogari di Taranto. Paolo di Cristofaro, medico di Giulianova. Abriel Pirini di Ravenna.
Si definiscono “un gruppo di cittadini di varia estrazione politica e sociale (!), studiosi della storia e della cultura”. Si sono autoproclamati “Comitato Foggia città martire” (e non c’è neppure un foggiano). Chiedono che la città diventi simbolo della barbarie anglo-americana e Alleata. Chiedono un giorno – il 20 ottobre – per celebrare l’evento.
Altri si aggiungono in coda, man mano che avvertono il biosgno “umanitario” di rendere omaggio alle vittime civili.

Fascisti timidi

Ma se gli si chiede se sono fascisti (per quanto la cosa risulti dimostrabile con estrema facilità) – chissà perché – cominciano a girare in tondo come un dirigibile, o scartano di lato, deragliano su argomenti paralleli, tacciono fintamente disinteressati, fintamente superiori; o ansiosi rinfacciano all’interlocutore i silenzi sulle repressioni sovietiche degli anni Trenta o sulle foibe titine. In perfetto stile Rai Fiction.
Eppure quando socratici fanno scuola ai ragazzini riempiono il loro frasario di audacia da ultimo giorno e pensieri eterni, sottolineano – come mostrina del mantenuto onore – che se un uomo non è disposto a rischiare la propria vita per un ideale, allora non vale niente. Fieri dei cuori neri e di un passato che conoscono solo in contumacia. Ma come certi cristiani poco praticanti, è raro sentirli affermarsi per il sentimento di sé che ognuno di loro dice d’avere. Fascisti timidi, opportunisti, furbi, specchietto per le allodole e gli allocchi. Cos’altro?

Nell’estate del 1943 Foggia subì una serie di pesanti bombardamenti anglo-americani. È indiscutibile. Sotto le bombe e i mitragliamenti a bassa quota caddero moltissimi civili. Le cifre ufficiose, accettate come ufficiali dalla pigrizia intellettuale e dal conformismo politico di più d’una generazione di storici di professione, parlano di oltre 20mila morti (qualcuno arriva alla cifra di 22-26mila e riesce persino a ripartirli tra le diverse ondate d’attacchi). Una specie di campanilismo alla rovescia, da sempre, sbandiera ai quattro venti questo evento (e questi dati) come una sorta di vanto. Come se Foggia fosse stata prescelta tra tante per assurgere a simbolo di chissà cosa. Velleità di protagonismo, tipico risvolto umorale delle popolazioni mai salite sul palcoscenico della Storia maggiore. In realtà, di pari passo col dilettantismo della ricerca (molti nuclei familiari accorpati alla cifra finale del massacro risultarono in realtà semplicemente sfollate ma mai cassate dall’elenco presunto), gli eventi del ’43 hanno segnato – da sempre – il cavallo di battaglia di tutte le destre cittadine. La continua, costante, reiterata richiesta di riconoscimenti che dal Msi in poi ha contrassegnato negli anni schiere di neofascisti foggiani, non poteva che nascondere propositi riabilitativi. Sancire per decreto che anche gli altri, i “vincitori”, erano crudeli quanto i “vinti”, assegnava patenti di legittimità anche ai nostalgici del duce. Agli epigoni di quei foggiani (150mila, secondo stime anche qui traballanti) che l’8 settembre del 1934 affollarono le strade del capoluogo per poter gridare “A noi!” a colui che di lì a due anni si sarebbe fregiato del titolo di Fondatore dell’Impero. Un impero conquistato gasando le popolazioni civili etiopi.

Eppure a costoro, o alle genti jugoslave, i virgulti del Comitato – che scrivono Nazione con la N maiuscola – sembrano interessarsi poco. L’elenco di città martirizzate è rigorosamente italiano. Gli alleati – per loro – sono ancora tali solo tra virgolette. E nessuna responsabilità storica da accollare al fascismo dominante. Segni inequivocabili di revanscismo, piccole pose da guerrieri dell’onor perduto. Immersi nell’acido liquido della vischiosa propaganda qualunquista. Rintracciabili in controluce, come spie di un contrattacco complicato da affrontare. Se diciamo che i fascisti sono soliti indossare qualunque travestimento possibile – che possa renderli gradevoli all’olfatto dei contemporanei – non diciamo niente di nuovo. Ci stanno riprovando. E nel piattume di contorno, non è detto che non ci riescano. Del resto, se Foggia è medaglia d’oro al valor militare per non meglio circoscritti meriti resistenziali, è altrettanto possibile che diventi città simbolo dei vecchi e dei nuovi nostalgici. Un po’ come Hiroshima, come Dresda. Simbolo della violenza criminale degli anglo-americani come Coventry lo fu del terrore nazista. E tutti ad annuire. Come se l’elemento violenza fosse un elemento addizionale della guerra, e non il suo principale argomento dialettico. Come se il semplice esercizio della vendetta, della ritorsione, della carneficina non fosse equamente distribuito, allo scatenarsi degli istinti privati.
È dibattito usurato: in guerra vince chi fa più danno al nemico, senza scrupoli di sorta. Le ragioni e i torti risiedono altrove. Il codice etico è un optional. E che siano i fascisti a sventolare purezza sotto il naso dei “vincitori”, è altamente ironico.

Altrove

Nel febbraio del 2005, in occasione del 60° anniversario del rovinoso bombardamento alleato (35mila vittime), i neonazisti tedeschi hanno trascinato 5mila persone nelle strade di Dresda. Il più grande raduno esplicitamente neonazista dalla caduta di Berlino. Lo slogan della manifestazione era esplicito: “Il terrore alleato allora come oggi: Hiroshima, Nagasaki, Dresda e ora Bagdad. Non si perdona, non si dimentica”. Palese tentativo di sommare tematiche divergenti, inconciliabili, di spingere il frustrato sentimento identitario della passata grandezza imperiale verso le tematiche anti-occidentaliste e anti-imperialiste dei movimenti contro la guerra d’aggressione all’Iraq. Altrettanto palese tentativo di tracciare un parallelismo tra le vittime dell’eccidio della città tedesca e quelle dello sterminio razziale (un errore interpretativo destinato a grande fortuna nell’epoca del dogma del diritto umano e delle morti tutte eguali). Ma non è questo il punto. Quel che ci interessa sottolineare, per giocare di tara con le reazioni consuete del mondo politico/accademico italiano, è che la reazione della politica tedesca fu – nell’occasione – furente e senza margini d’ambiguità. “Non accetteremo che le cause e gli effetti vengano confusi”, ebbe modo di affermare l’allora cancelliere Schroeder. Ecco. Evitare confusioni strumentali, riaffermare le distanze. Caratteristica scontata in un Paese dilaniato dal senso di colpa per quanto è stato, dirà qualcuno. Certo. Ma anche tratto distintivo di un Paese che – pena l’immobilismo e l’implosione – è stato costretto a fare i conti col proprio passato recente, in maniera disincantata e radicale, fino a lambire gli ambiti del lecito e dell’illecito. I totem del riformismo liberale. Più d’una marcia neonazista è stata vietata in Germania, alle prese con una allarmante recrudescenza del fenomeno. Qui da noi, invece, nel Paese che deve le proprie istituzioni democratiche alla Resistenza antifascista, anche tra i più fedeli apologeti delle socialdemocrazie nordiche, permane un’incapacità strutturale di affrontare certe insorgenze. Prodotto tipico – si dirà – di una democrazia fragile che scambia la tolleranza per remissività (quando non indifferente disinteresse) e confonde la Carta Costituzionale col diritto di natura. Mancanza di coraggio e di coscienza, di dignità e di memoria, aggiungiamo noi.
Senza farci soverchie illusioni, senza la tentazione di fornire deleghe in bianco o assist a politici furbi e mestieranti, impegnati nella ricostruzione dell’imene. Il silenzio delle istituzioni, la concreta compiacenza dello Stato, il continuo moltiplicarsi di scadenze memoriali e celebrazioni di segno misto, non sono che aggravanti da tenere in debita considerazione. Dinanzi ai tentativi di pacificazione revanscista, ai fascisti più o meno timidi, ai voltagabbana senza onore e dignità, non resta che la diffusione della cultura antifascista e della pratica resistenziale.

* Primo estratto da "Plebe" n.25


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