Plebe blob

15 Novembre 2007


La coerenza sorprendente

A Gabriele Sandri, a Valerio Marchi

Sul sito di Repubblica c’è una sezione apposita: Saluti romani al funerale di Gabbo, si chiama. Per fugare embrionali empatie. RaiTre, dopo un’occasionale sferzata al conformismo dell’informazione a botta calda, per giorni ha sottolineato che gli incidenti seguiti alla morte del tifoso laziale sono stati egemonizzati (e forse pianificati e pilotati) da ultras di estrema destra. Di “neofascisti” (oltre che di recuperati “anarcoinsurrezionalisti”) hanno parlato anche i responsabili dell’ordine pubblico. A confermare ciò che ai più appare ovvio: nelle curve le destre trasformano il populismo in fascismo come l’acqua in vino. E la sinistra benpensante, chimicamente affine ai benpensanti di parte avversa, si copre di sdegno. Sente di non potervisi avvicinare. E illustra una tesi ovvia con l’aria sagace di chi scopre che il freddo porta a malanni bronchiali.
Secondo costoro è bene non mescolare l’indignazione e la rabbia derivanti dall’ennesimo morto ammazzato per un paio di “colpi in aria” di un tutore dell’ordine con la premeditazione, tutta politica, degli scontri del dopo. Per non finire catalogati come mussoliniani fuori tempo massimo, terzoposizionisti a caccia di consensi tra i ragazzini inviperiti. E avallando la versione che le piazze siano ormai apertamente in mano ai nostalgici della dittatura, sottoscrivono d’un botto tre tesi deliranti: quella cara a Roberto Fiore della destra radicale come unica opposizione, quella della magistratura per cui si trattano i fermati come terroristi in servizio effettivo permanente, e quella del ministro Amato secondo cui gli eversori dell’ordine democratico che s’annidano nei settori popolari degli stadi non aspettavano che una scintilla, un pretesto, per scatenare l’inferno. Tre errori madornali, tre istigazioni al suicidio politico, esplicativi oltre ogni dubbio della differenza di dna che intercorre tra noi e loro. Elitari, colti e imborghesiti, i nostri sinistri di facciata, incapaci per oggettiva distanza siderale di leggere un fenomeno, di coglierlo nella sua interezza, di valutarne le conseguenze. Dovremmo scrollarci di dosso simili filiazioni, se vogliamo sopravvivere alla montata lattea.

Rewind

Un ragazzo cade sotto i colpi di uno psicopatico in divisa che decide di dirimere una zuffa da autogrill prendendo la mira da cinquanta metri e centrando un’auto con quattro corsie d’autostrada in mezzo. È già successo. A Napoli si muore così in motorino, ai posti di blocco. E quando non succede proprio così, il dato non cambia. Ad Avellino si cade nel vuoto per sfuggire alle cariche d’alleggerimento, a Bergamo si crepa d’infarto dinanzi all’orda sbirresca in avvicinamento. A Verona, quando non si muore, si rimane in coma. Il dato, nella sua piana brutalità, meriterebbe tavole rotonde e dibattiti sociologici specifici dal tema: cosa si intende per ordine pubblico? Cosa si intende allo stadio per ordine pubblico? Ma invece di analizzare queste fantasmagoriche prove di self control degli osannatissimi servitori dello Stato, la tv italiana dà il meglio di sé per intere giornate, precettando tutti i volti noti dell’intrattenimento di bassa lega, tutte le soubrettine e i criminologi da bar sport. Si discute di violenza negli stadi, di giovani sbandati, di vuoto ideale. Si suggeriscono, si invocano, si pretendono atti restrittivi, repressioni, arresti di massa, scioglimenti di sodalizi. Cossiga si fa portavoce di quei nostalgici che rimpiangono la smitragliata nel mucchio. I leghisti lo innalzano sugli scudi (celtici). Prima ancora di appurare verità che potrebbero apparire scomode, la macina televisiva appiattisce l’opinione condivisa: massimo rispetto per le forze dell’ordine, massima ferocia punitiva per gli ultras. Gli ultras. Questi strani soggetti, questi vuoti a perdere, utili a spaventare l’uomo medio, il target di riferimento, l’ignobile medioborghese da elettrodomestico e pizza d’asporto. Come i rumeni, come i brigatisti, come gli zingari. Spettri in rapida dissolvenza, buoni per ogni occasione, ottimi per stimolare le ansie golpiste della nazione e i giri di vite umorali. Il fascismo teledipendente che allaga di pregiudizi di terza mano gli autobus urbani e l’agenzie delle entrate. Da sinistra non si abbozza nessuna analisi stonata, ci si allinea con gusto, si intonano i colori del pullover al manganellismo dominante. Si comprende la gravità di quanto accaduto, certo, si stigmatizza l’esagerazione mediatica, ma poi – a conti fatti – si torna a dipingere fantasmi sullo schermo. Bruti da galleria degli orrori, accertandosi di estrapolare il solo morto dal mazzo. Per italico rispetto al defunto. Ma dinanzi alle scene di guerriglia metropolitana della notte romana, o agli scontri di Bergamo e Taranto, prevale l’orrore. La ripulsa per la risposta irrazionale, lo scoppio di bile, la voglia di riscatto di chi vede nella morte di un tifoso l’ennesimo tassello di una guerra clandestina, sotterranea, a bassa intensità. Saranno vittimisti questi ultras arrabbiati, ma la loro reazione è assolutamente comprensibile. Nessuno scandalo. E dinanzi al quindicenne che sente di dover scaricare in adrenalina il peso dell’ingiustizia di una morte arrogante, la sinistra alza cartelli legalitari. Non sa che farsene, e lo spedisce dritto tra le braccia di quegli energumeni vestiti di nero, di quei fascisti che RaiTre e Repubblica ritengono i soli in grado di dar fuoco alle polveri della rivolta. La più classica fine da pompiere degli incendiari d’antan, che si perdono nei meandri dei distinguo quando gli si fa notare che le curve altro non sono che la risultante storicizzata di quanto accade nelle vie che le circondano. Che alla nullità, al vuoto ideologico e ideale, al rampantismo ottenebrato della sinistra di palazzo e di bottega non può che corrispondere il vuoto e il nulla. Domenica notte non è stata la prova di forza di una destra in gran spolvero. Nelle strade di Roma non c’era solo la rabbia forsennata (e giustificata) di quattro naziskin. C’era ben altro. Dell’altro che non riusciremo mai a focalizzare se ci ostiniamo a pendere dagli occhiali vintage di certa intellighenzia progressista.

La tesi

Non c’è bisogno di rispolverare gli ammuffiti comunicati di Radio Tirana sulla rivolta di Reggio Calabria. Né di ripercorrere a ritroso quanto già detto sul cosiddetto “fenomeno ultras” o sulle leggi d’emergenza vigenti negli stadi d’Italia. O di invitare allo studio attento delle sudate carte di un Valerio Marchi, o alle letture puntuali e documentate di un Emilio Quadrelli. E neppure di conseguire frettolose lauree in Antropologia culturale per comprendere che non esistono rivolte oggettivamente “fasciste”, doverosamente snobabili dopo etichettature pret-a-porter. Che una cosa è soffermarsi sull’humus, sulla qualità del terreno da cui fuoriescono i frutti acerbi della contestazione viscerale (e che può essere, e il più delle volte è, sgradevole come il guano), e altra cosa è comprendere che non esistono analisi che non includano nel novero delle ipotesi il nostro ruolo, che di antagonismo sociale ha il nome e la forma ma troppe volte non la conseguenza. La protesta di piazza ad uno stato di cose inaccettabile e indegno può sembrare “fascista” ai neofiti solo per abuso di bei propositi. Non si intercetta il malessere, anche il più motivato, anche quello più “alto”, in contumacia. E se si perdono di vista i gangli vitali della vita reale, i meccanismi che muovono allo sconcerto e alla conflittualità, ci si arrende ad una mesta agonia autorefenziale. Che può essere anche soddisfacente dal punto di vista intellettuale, come forma di nutrimento dell’ego. Ma è del tutto ininfluente (quando non dannosa) se si hanno ancora scopi e progetti collettivi. Bisogna scrollarsi di dosso i preconcetti mutuati dal video, le verità in usufrutto gratuito, le visioni dal fondo forgiate nei salotti della buona politica, utile e adulta. E tornare a quello che siamo: agitatori di situazioni, capaci di leggere un fatto dietro la coltre di nebbia delle saccenze intellettualoidi, oltre lo specchio deformante dei pareri strumentali.
Basterebbero le insorgenze securitarie, le vibrazioni repressive, le limitazioni poliziesche ventilate e attuate dopo l’omicidio di un ragazzo di ventotto anni, per comprendere che in ballo non c’è la libertà degli ultras di devastare le metropoli o di continuare a fare proselitismo razzista. Così come in passato non è mai stata in ballo quella dei rumeni di struprare mogli e madri di famiglia, o degli zingari di accamparsi in periferia e derubare gli anziani in metro. Ma il nostro stesso concetto di libertà, l’idea che ci siamo fatti circa l’edificazione di ghetti monoculturali ed etero-repressi, a due passi dalla nostra idilliaca sezione, dal nostro club privato, dalla nostra osteria o dal centro sociale sotto casa. Basterebbe una lettura con altri occhi di quanto avvenuto dopo la morte di Gabriele Sandri – dj di buona famiglia, tifoso della Lazio, animatore della Roma bene ed elettore di Forza Italia – per farci scegliere la nostra parte di barricata. Per spingere gli scettici e i puri a prendere posizione. Una posizione sorprendente, eppure culmine della coerenza.

*Plebe n.24, secondo estratto


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