plebeblob


19 Aprile 2007


Né vita né perdono

A proposito di “Diaz” di Daniele Vicari

Quattro ragazzi francesi riemergono alla luce del giorno. Hanno passato la notte chiusi in un bar, per sfuggire alla vendetta degli uomini in divisa. Si avventurano per le strade deserte. Giungono alla Diaz, ne oltrepassano i cancelli. Non sanno niente. Non immaginano. Ma non ci mettono molto a capire. La palestra che gli si spalanca dinanzi è la mappa perfetta della carneficina. Il sangue è ovunque. Sui termosifoni, sugli zaini, negli angoli. I due ragazzi più giovani piangono. I due più grandi, più esperti, di cui è chiaro il ruolo negli scontri, rimangono sgomenti. Poi lei, l’unica donna del gruppo, con un pennarello scrive: Don't clean up this blood. Non cancellate questo sangue. E ti viene un groppo in gola che è tutto. Ma non fai a tempo a rielaborare. Neppure a far fluire il disgusto e l’appartenenza, che lui, il nero del Blocco Nero, fugge. Lontano da quello scenario d’orrore. “Stavano cercando noi”, dice. E depone le armi. Un senso di colpa improvviso quanto inarrestabile. “Abbiamo sbagliato tutto”, in sostanza. E si arrende. In meno di un minuto, la scena più grandiosa e la quella più infima di Diaz, il film di Daniele Vicari. Come dire: splendore e miseria di una pellicola. Ma davvero siamo ancora a questo?, ti chiedi. A domandarci se davvero quei cani siano entrati nella scuola alla ricerca di qualcuno in particolare, di qualcosa nello specifico?

Allora, giunti a questo punto – undici anni dopo quei giorni di rabbia e di furore – diventa irrimandabile affermare che le storie, le micro-storie – quell’intreccio di sogni intimi, motivazioni private, emozioni e casualità personali – non ci interessano più. Perché sui libri di storia c’è scritto che la battaglia di Gerusalemme è stata combattuta il 14 luglio del 1099 tra l’esercito crociato e le milizie egiziane. E a nessuno preme sapere degli ardori, dei bisogni, dei frammenti di vita dei singoli crociati genovesi o delle sfortune, delle pieghe del destino, che hanno portato il tal soldato a sferrare o a subire i tali colpi. L’assedio e la battaglia di Gerusalemme sono storia. Punto. E l’analisi che ne consegue è politica. Se vogliamo sopravvivere al continuo, paraculistico richiamo all’emotività che nulla spiega e di tutto fa libero arbitrio ed interpretazione, dobbiamo considerare Genova alla stregua di Gerusalemme. Di Bouvines o di Calatafimi. Storicizzata freddamente, lucidamente, impietosamente, sino a renderla impersonale. Immateriale. Inequivoca. Come lo sono tutte le battaglie che restano. Un nome, un richiamo. Immediato, lampante. No, quel sangue non l’abbiamo cancellato. Tutt’altro. Quel sangue è nostro. E tale resterà. Ma scegliere di frammentare l’ingranaggio collettivo della memoria e della rivendicazione in una miriade di facce, provare cinematograficamente a seguirne bandolo e matassa, finisce per fare un torto alla politica. All’analisi di quei giorni. Undici anni dopo. Non un giorno o due.

In Bloody Sunday di Paul Greengrass i paracadutisti inglesi sono una massa informe, senza soggettività, speculare e contraria alla massa fungibile dei manifestanti irlandesi. E quando il primo colpo piomba sulla folla, il segnale d’attacco non è imputabile ad un soldato, alle sue sensazioni del momento, alle sue paure. Uno preme il grilletto, ma è l’Inghilterra intera a sparare. E tra quella singola faccia, che nessuno neppure ricorda, e il Principe di Galles ci passa lo scarto di zero. Meno di zero. Sono un tutt’uno. Perché è inutile, è dannoso, è paraculistico, seguitare con la tiritera menzognera del gioco soggettivo. Dell’effetto Sliding doors per cui ognuno di noi, in base ai casi della vita, poteva trovarsi da una parte o dall’altra. Indifferentemente. Nient’affatto. Non ci è bastato dover discutere nei bar, sui posti di lavoro, negli spogliatoi del calcetto, di Carlo e di Placanica, del “Tu che avresti fatto al posto del carabiniere”? Intendiamo ancora proseguire sulla scia di quella retorica? Tanto da non comprendere se la scuola cinematografica anglosassone sia capace di tali operazioni a cuore aperto perché gli inglesi stanno provando a saldare i conti col passato o viceversa. Fatto sta che noialtri, a giudicare dal prodotto finito, siamo ancora lontani da quei livelli.

Anni luce lontani. Per indole melodrammatica. Per pavidità. Per opportunismo. Per spirito cortigiano. E date le premesse, sembra appena appena assurdo dover rispolverare gli argomenti di allora per un dopo-cinema di oggi. Come se fossimo nella calda estate del 2001. Ma tant’è. Il lenzuolo ha parlato. Violenza, un mare di violenza. Sangue, tanto sangue. E la monta strisciante della tensione sui muscoli cervicali che si fa indignazione, poi rabbia autentica. Ma, permettetemi di dire, quel sangue è elemento neutro. Forse il più paraculo fra tutti gli elementi. Perché dinanzi ad un celerino di cento chili che carica a fondo il suo tonfa e lo schianta sulla faccia minuta di una ragazzina indifesa ed immobile, fino a farne schizzare il sangue e i frammenti di ossa nelle casse del dolby surround, c’è da essere davvero degli amanti dello Snuff per non provare ribrezzo. Dinanzi alle umiliazioni, dinanzi all’infamia, dinanzi a denti, tagli, cicatrici, non si può parteggiare per quell’immonda immondizia in divisa da assassino. A meno di non essere degli psicopatici della medesima risma. Ma la lunga gestazione del nostro lutto collettivo meritava qualcosa di più di una (finalmente) ben documentata sequela di orrori. Delle prove di un massacro che fa fremere di sgomento un arco istituzionale talmente vasto da rimanerne stupiti. Da rimanerne neutri.

Meritava, tanto per dirne una, dei nomi e dei cognomi. Dei responsabili presentati col sottopancia. Magari anche di un counter a cadenzare i momenti. Ne avrebbe risentito la licenza poetica dello sceneggiatore, certo. Saremmo finiti tra le braccia di un filmone didascalico e la cosa avrebbe fatto arricciare il naso ai cinefili. Ma avrebbe tolto al pubblico la perversa parvenza di trovarsi dinanzi ad una supposizione artistica. Perché Genova non è una di quelle storie che concludi con Tutti i riferimenti a fatti e persone sono puramente casuali. A Genova nulla è stato casuale. E il pubblico non deve ipotizzare, da quel che ha letto o visto altrove, che quel pezzo di merda è De Gennaro e quell’altro stronzo è Manganelli o Canterini. No. Il pubblico deve saperlo per certo. Non ci possiamo lamentare delle assoluzioni in tribunale se neppure nella finzione siamo in grado di condannare. Condannare, si. Come i peggiori forcaioli sulla piazza. Occhio per occhio, dente per dente. Altro che storie. Altro che affondi di sciabola sul moribondo Berlusconi. Una volta per tutte: l’operazione di polizia di Genova è stata architettata, pensata, studiata, affinata, negli incontri strategici tra i più alti papaveri dello Stato democratico. Ed è andata esattamente come doveva andare. Terrorismo dall’alto. Stroncare un movimento liberando le proprie truppe d’occupazione interne. Dissuaderlo, con la pena di morte, dal tentare di nuovo di colorare le strade di protesta. Genova non è stata la manovra emotivamente instabile di quattro disadattati in una stanza dei bottoni. Non il frutto della scelta avventata di un singolo scosso da un abbandono sentimentale o da una tirata di coca. O, ancora, la semplice sommatoria di migliaia di vite. Genova è come la Gerusalemme crociata: un campo di battaglia dove ognuno ha fatto la sua parte e una parte ha vinto. Mentre l’altra per dieci anni almeno ha sentito addosso gli spasimi della tortura. Anche se non era fisicamente alla Diaz. O a Bolzaneto.

Ma dal film tutto ciò non si evince. E attorno al grumo di sangue secco, o alla ferita ancora aperta e pulsante, il contesto riproposto oggi è il cliché di allora. Come se la nostra reale condanna fosse vivere in una galleria del vento perpetua ed essere costretti – incubo tra gli incubi – a dover ripetere Genova per altri venti, cinquanta, cento anni. Senza spostare una sola pedina, senza modificare una sola opinione. Le lunghe gonne variopinte delle danzatrici gitane attorno ad un rogo sul mare, a richiamare l’amore, il sesso e la libertà, a sospirare su quel che poteva essere e non è stato; i dread, le canotte, i torsi nudi, gli spinelli e i sacchi a pelo a testimoniare la bellezza della diversità, della varietà, dell’unità tra opposti, della curiosità e della meraviglia della conoscenza; l’idioma francese e tedesco dei casseurs, degli “anarchici”, di quelli che gli scontri li fanno per davvero, a sottolineare che il Blocco Nero esiste, ma non è cosa di qua, non è cosa nostra, che sono dei professionisti del casino e chissà chi ce li ha mandati; il vecchio sindacalista, il buon giornalista idealista, il mediattivista, a fungere da figure idealtipiche, fughe in avanti nell’affanno della narrazione. E il cliché più cliché di tutti: il poliziotto buono. Quello che il cuore non l’ha sepolto sotto la divisa. Quello che, dopo aver addestrato una muta di cani, d’incanto, dinanzi al nemico, sente che la coscienza gli rimorde. E di messicano qui, più che la macelleria, c’è tutta la trama di una brutta telenovela. Il poliziotto buono – che qui poi sarebbe Fournier, capace di chiedere “scusa” per la tentata strage con la stessa disinvoltura con cui si chiede alla signora dirimpetto se ha un pizzico di sale; quando non lo stesso Canterini, che vorrebbe evitare che i suoi cocainomani si lancino sulla preda dopo averne sentito l’odore –, il poliziotto buono, si diceva, è la chiave di volta della nostra cinematografia. Di più. Con la sua capacità di intercettare le speranzose e mai dome illusioni delle anime belle, anche dinanzi allo scempio più pianificato; con il suo sapersi presentare come una specie di figlio del Nilo predestinato, affidato alle acque durante un’epidemia e fondatore di chissà quali nuove città d’ordine e armonia; il suo saper allontanare la lacerazione dell’autocritica dallo spettatore desideroso di dicotomie rassicuranti; con i suoi bisogni materiali, i figli a casa, i bacetti alla fidanzata nel bel mezzo di uno scempio. Egli stesso, è, la chiave di volta della nostra dubbia moralità. Noi non siamo inglesi. Non riusciremmo ad ingoiare la fedeltà al corpo dell’ultimo parà, che dinanzi al tribunale militare nega d’aver notato irregolarità a Derry e insabbia i morti senza lasciare scampo ai benpensanti. Noi abbiamo bisogno di Perlasc(hi), di Salv(i) D’Acquisto, di eroi positivi che dimostrino la nostra natura di “brava gente” anche nel buio denso delle epoche più tenebrose. E ci sottraggano alle responsabilità della critica d’opposizione. Dell’uomo che, da solo, salva la specie. Del germe che assicuri lunga vita ai buoni sentimenti. Che ci permetta di tornare a casa e dire che, alla fine, era solo un film.

Ma Genova no. Non è stato un film.


tag: genova, g8, diaz | permalink



18 Marzo 2007


L’accademia del vicolo



Uno strato di polvere. Come una patina di fumo. Sulle mani, gli avambracci, la fronte, il collo. L’acqua fredda dal rubinetto del bagno. Sfilarsi la felpa, la t-shirt. Alzare la canottiera su, fino alla testa. Schiena allo specchio e sguardo all’indietro, oltre le spalle. Due ferite. Superficiali, dolorose, bellissime. A scrivermi sulla pelle che c’è una strada diversa dal piagnisteo.
No, non sono io il vigliacco. E lo sai. Anche se so che ti piace dirlo, camerata, perché la propaganda in guerra è un obice valido quanto qualsiasi altro. Se non di più. Non sono io l’infame. Anche se ti capisco, quando urli insulti a caso, mutuandoli pari pari dalla storia del gangster che non sei. Al quale proprio non assomigli. L’arditismo, l’onore, “Provate a prenderci”.
E di solito capita che se ti capita a tiro uno – uno di quei fricchettoni fuori dal tempo e dal mondo, uno di quei cenciosi barboni dalla canna d’ordinanza, un musicista sedicenne pieno di sogni e ideali – fai valere la legge della giungla. E te ne vanti con gli amici, spacciandola per legge della strada. Un codice univoco, di cui ti sei sentito depositario per troppi inspiegabili anni. Una cifra stilistica che non ammette repliche.
Arditismo, onore, “Provate a prenderci”.
E così siamo venuti a cercarti. A cercarvi. Perché non siamo gente da comunicati altisonanti, allarmati e allarmanti; perché dedicarvi una richiesta per occupazione di suolo pubblico, una fetta del centro pedonale da popolare di bandiere e cori altisonanti, allarmati e allarmanti – lo abbiamo capito col tempo – è tempo dedicato alla vostra causa. Alla causa della vostra visibilità. Perché fuori dai miti auto-rappresentativi c’è molto da imparare. E pure farvi un paio di scritte sul muro, nottetempo, avrebbe alimentato un sentimento sbagliato. D’invulnerabilità. D’intoccabilità. Un’invincibilità che non vi somiglia affatto. E siamo venuti a cercarvi. Con addosso tutto il peso dei simboli. Carichi di quella magia carica di richiami, quell’occulto più pesante del ferro, che pure dovrebbe, in qualche misura, affascinarvi. Vi abbiamo chiamato a gran voce. Con il fiato e con la miccia corta. Faccia a faccia.
Ingaggio da accademia dei vicoli. Brucia. È questo che brucia. Lo so bene.
Per questo ora ti lamenti, digrigni i denti, parli di inferiorità numerica, di armi improprie. Di vecchi, di bambini, di invalidi e donne incinta. I giornalisti prendono appunti: caschi, coltelli, passamontagna. Ma sai bene che non c’è nulla fuori posto in questa storia. Sei dei nostri sono finiti dentro, accollandosi nei referti tutto il materiale ritrovato sul posto. Gli astemi persino le bottiglie di birra. Ma non è questo il punto.
Osare, questo serve. Dieci, cinquanta o cento, per noi sarebbe stato lo stesso. Una volta partiti, non c’è ritorno. C’era poca polizia, denunci. Come se toccasse ai blu la difesa dei vostri covi. Noi l’antifascismo non lo deleghiamo. È un luogo comune, certo, una frase pronta, precotta, già sentita. Ma è anche una realtà metodologica mica da ridere. E così come non abbiamo mai implorato le istituzioni affinché chiudessero d’imperio, dall’alto, le vostre sedi, alla stessa maniera, e per lo stesso principio, siamo venuti a consegnarvi di persona un messaggio. Che nessuno, in futuro, scambi la nostra sovrana indifferenza per impotenza. Una sede in più o in meno, a noi cambia poco.
Ma i simboli sono fondamentali. Se così non fosse, ci sarebbero i lunedì sera di marzo o i primi pomeriggi di aprile. Quanti militanti avrete in quei giorni? Quanti blu? Invece nel mirino del luminoso pre-cena di sabato non c’era la vostra sede, come avete erroneamente compreso e riportato. C’eravate voi. Le vostre pratiche. Le vostre convinzioni. Voi, come soggetti trascendenti.
Ma alla fine, guardandoci le mani impolverate, o i jeans stremati da più di quattro ore sul pavimento di una questura, dobbiamo amaramente concludere che vi abbiamo sopravvalutato. Che la pratica di strada torna buona solo quando si danno. O quando si deve giocare a fare i reduci. A dire che un tempo, qui, era tutto diverso. Era tutta campagna. E i compagni dell’epoca si affrontavano coi fasci come i paladini delle Chanson de Geste. Secondo le regole della cavalleria. “Roba da anni Settanta”. L’hanno scritto pure i giornali. E magari lo condividete pure. Adoratori di una Costituzione che trent’anni fa avreste combattuto, adesso vi ripulite la faccia nel comune senso della decadenza dei costumi. E tutti a dire: “Che schifo, che vergogna”. Tutti ad assecondare lo schifo e la vergogna dei bravi cittadini neutrali. Ma ai bravi cittadini neutrali non interessano le nostre avventure, camerati. Non importa degli arrestati, del pane a costo zero, del signoraggio o del mutuo sociale. Ricomponetevi come banda. Che perdere una battaglia non è mai così deplorevole come perdere la faccia.


tag: antifascismo | permalink



19 Marzo 2007


Le insegne luminose

Impressioni sulla cosiddetta Rivolta dei Forconi in Sicilia

“Oggi per tutta la giornata una trentina di compagni/e dei centri sociali palermitani Anomalia e Laboratorio Arrigoni hanno partecipato e sostenuto il presidio del Movimento dei Forconi e degli autotrasportatori”. I compagni mettono un freno alle voci. Al chiacchiericcio casalingo dei collettivi sulla presenza di destri infiltrati, ai sospetti di egemonie ambigue. Al blabla d’ordinanza. E lo fanno con un comunicato da prima linea, onesto e teoricamente impeccabile. Fanno bene. “La protesta popolare che si sta diffondendo in Sicilia come tutte le proteste di questo tipo sono complesse, di massa e contraddittorie, ma di sicuro parlano il linguaggio della lotta contro la globalizzazione, contro Equitalia e lo strozzinaggio legalizzato che sta mettendo in miseria larghe fasce della società siciliana, contro la casta politica di destra e di sinistra che sta mettendo in ginocchio i lavoratori e le loro famiglie, contro l'aumento dei prezzi della benzina”. Che aggiungere? Onore a loro e sempre lodato sia l’attivismo. Ma qui le questioni si sollevano come polvere in una biblioteca abbandonata. E non basta dire che si è dinanzi al complesso, al contraddittorio, per sfuggire a noi stessi. Alle nostre delimitazioni. Al Chi siamo? che dovrebbe guidarci nelle scelte. Probabilmente non basta neppure dire che la pratica autonoma appoggia e alimenta il conflitto a prescindere dai furbetti – di destra o di sinistra – che affollano le manifestazioni per scopi prosaici, puramente pubblicitari. Perché è il respiro delle lotte, la convergenza degli scopi, che fa l’internità alle rivendicazioni. Che ci fa parte dello scontro sociale.

Un partito – e per partito si intende una struttura organizzata, con compiti e ruoli ben definiti, un programma e una strategia a medio e lungo termine, capillarmente diffuso sul territorio, con militanti e dirigenti pronti ad entrare in azione, non certo un simbolo da barrare in caso di saltuarie tornate elettorali – avrebbe si il suo bel da fare. Perché non ci sono solo gli autotrasportatori siciliani in rivolta contro il caro-gasolio. Ci sono i tassisti al Circo Massimo, i farmacisti che si oppongono alle liberalizzazioni. Come i Cobas del latte qualche anno fa. Schegge di un fenomeno che nel Mesozoico si sarebbe definito “proletarizzazione del ceto medio”. Il progressivo impoverimento della piccola-borghesia, la crisi dei ricavati dei padroncini. Un partito, si diceva, si approccerebbe a queste lotte. È vero. Ma godrebbe, anzitutto, di un rapporto di forza che al momento nessuno di noi può neppure sognare di possedere. E da questo farebbe discendere una serie di discriminanti che mirerebbero inevitabilmente al superamento del dato di fatto e all’innalzamento della posta in gioco. In una parola: all’egemonia. Perché è inutile girarci attorno: le lotte o si radicalizzano o si egemonizzano. Non siamo l’esercito della salvezza. Non forniamo manodopera a costo zero. Non siamo degli idealisti sciocchi, degli utili idioti, alla mercé di chiunque voglia fare un po’ di casino per strada. Agricoltori, notai, commercialisti. Accettare la piattaforma rivendicativa dei “rivoltosi” siciliani significa, di fatto, accettare una logica di scontro tra settori della società che non ci appartengono, che ci sono estranei quando non avversi, seppure quella stessa “rivolta” risulti occasionalmente appoggiata dai braccianti o se per noi quelle rivendicazioni significano “lotta alla globalizzazione”. Per gli autotrasportatori l’orizzonte è un sostanzioso rimborso spese sul carburante. A spese, probabilmente, della collettività regionale. E basta. E per noi questo non è neppure un passaggio tattico, come si diceva ai tempi.

Dobbiamo fare i seri, i colti, i preparati? E sia! Georgi Dimitrov, dirigente bulgaro dell’Internazionale, nel suo Rapporto al VII Congresso, definì il Fascismo come la “dittatura terroristica aperta del capitale finanziario”. Una definizione destinata a imperitura fortuna. A ripetizioni ennesime, quasi pappagallesche, da parte di centinaia, di migliaia di compagni-Bignami in cerca di capisaldi teorici. Una citazione senz’altro adatta a indicare i confini del Fascismo-Stato, quello che per il Comintern accomunava Italia e Germania, nel 1935. Ma, se lo vogliamo dire, assolutamente inadatta a chiudere il discorso rispetto alla complessità del movimento fascista ai suoi esordi e alla sua differente invasività nei differenti territori. Per l’Italia, quanto meno, probabilmente è più efficace la spiegazione che dei tratti somatici del Fascismo-movimento ha dato Renzo De Felice: espressione della “lotta di classe della piccola-borghesia”. Il piccolo-borghese – quello “solo un po’ coglione” di gaberiana memoria – carico di frustrato rancore impotente nei confronti dei pescecani della finanza, delle banche, del grande borghese e delle istituzioni-sanguisuga, e al contempo reso timoroso (quando non terrorizzato) dall’ascesa del movimento proletario, dal cui orizzonte valoriale è separato per indole e presunto merito, che trova il suo rappresentante ideale nel violento, irrazionale, vitalista fascista. Che combatte e vince in delega le battaglie che, da solo, il piccolo-borghese non saprebbe neppure cominciare. Se si omette questo aspetto della cosiddetta “rivoluzione fascista”, si tace sull’aspetto che – più ancora del corporativismo o del fideismo cattolico – maggiormente ha lasciato spore nella vita politica di questo Paese. Sull’aspetto destinato ancora oggi a raccogliere fortune, nonostante il parere illuminato di molti compagni – che prima hanno reso il Fascismo una specie di macchietta e poi ne hanno a chiacchiere combattuto gli spaventapasseri – che hanno relegato le sparate “antiplutocratiche” di Forza Nuova o Casa Pound a semplici “furti ideologici” ai danni di una sinistra distratta. Ma così non è. L’armamentario anti-capitalista del Fascismo non è roba degli anni Zero. E neppure degli anni Sessanta. È una caratteristica insita nel movimento. E se si omette l’internità di queste posizioni ad una classe – o sottoclasse, come la piccola-borghesia – è ovvio che si perdono i parametri.

In quest’ottica è semplicemente assurdo, quando non antistorico, sorprendersi delle simpatie dei gruppi neofascisti per i blocchi stradali dei tartassati epigoni del ceto medio. O, peggio ancora, ritenerli ospiti inattesi. E da lontano credere che sia l’inizio di una rivolta generalizzata, antipolitica ed antiborghese. Una disarmante innocenza, o una paurosa distanza dalla vita reale. Si scelga il male minore. Non è il caso dei compagni siciliani attivi sul campo, ovviamente. Non ci permetteremmo mai di criticare le pratiche. Di coloro che con la presenza tentano di arginare una deriva. (Uno degli spettacoli più ridicoli, raggelanti e grotteschi, ai quali capita occasionalmente di assistere è la presa di posizione decisa, ferma e definitiva, dei collettivi politici del microcosmo. Su questioni di ampio respiro, di interesse nazionale o planetario. Volantini in ciclostile o nota su facebook. È uguale. Come vedere l’incontro del Mar Baltico col Mare del Nord a Nordkapp. Lascia il segno). Ma, guardiamoci negli occhi: questa delle corporazioni è una battaglia che non ci riguarda. Anacronismo per anacronismo, un tempo si attribuiva alla Classe Operaia il ruolo di guida del proletariato in lotta. Perché quando i metalmeccanici sceglievano la via del conflitto, dietro le bandiere dello scontro s’allineava l’intero indotto della classe. Fino ai ferrovieri e ai bidelli. E di solito si lottava per il contratto nazionale di lavoro, per evitare la polverizzazione delle istanze, per riunire le monadi fino allo Statuto dei Lavoratori o, nei casi più arditi, all’Uomo nuovo. Non per pagare di meno il gasolio. Certo, negli anni, al mutare dei contesti e soprattutto delle guide (sindacali e politiche), anche le lotte operaie (guai a mitizzare!) hanno assunto in diverse occasioni i tratti esterni della lotta di categoria fine a sé stessa. Arese, Termini Imerese, Melfi. Destinandosi, non a caso, al dimenticatoio della storia e alla sconfitta. In soldoni: la differenza sostanziale tra la causa generale, quasi universale, degli operai organizzati e la strenua difesa dei privilegi di categoria, per quanto ammantata di populistici richiami alla guerra sociale, dovrebbero apparire chiari a chi ha fatto della militanza una scelta di vita. Tra le tante, magari, ma pur sempre una scelta. Invece: Viva la Rivoluzione Siciliana!, strepitano tutti. E nessuno prende un treno, un aereo, noleggia un furgone, e parte.


tag: movimento | permalink



01 Luglio 2007


L’infanzia della ribellione

Tutt'i profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorno (Niccolò Machiavelli)

L’idealismo non è una peste. A quattordici anni può essere il volano, lo stimolo della curiosità, della conoscenza. Ma quando il tam-tam mediatico lo esalta a totem, a tratto distintivo di una non meglio specificata rivoluzione pacifica e democratica, allora c’è bisogno di qualche puntualizzazione. E non certo perché si ha voglia di spargere cinismo come gramigna nei campi: i volti puliti, i cortei festanti e colorati sono tutti elementi lodevoli, in un Paese come il nostro che ha smarrito la strada. Aspetti invidiabili, finanche, quando mancano le aspettative, le speranze, le progettualità. Ma Babbo Natale non esiste. E prima o poi qualcuno dovrà accollarsi il fastidioso onere di rivelarlo ai pupi. Anche se fa male.

L’idealismo è una tara. Un inghippo, un inganno. Un blocco della crescita. Una sera d’inverno, diciotto anni fa ormai, eravamo in piazza contro la solita riforma dell’istruzione pubblica. Contro la privatizzazione della scuola, come si diceva all’epoca. Il ministro era la Jervolino. O D’Onofrio, tutt’al più. Sull’esempio degli studenti francesi – dall’Autonomia Operaia in poi, noi italiani non brilliamo certo per inventiva e creatività – decidemmo che i cortei bisognava farli di sera, bloccando la città, illuminandone le vie al fuoco delle fiaccole (dell’anarchia?). Protesta drastica, ultimativa, per motivi drastici e ultimativi che – onestamente – neppure ricordiamo. Ai tempi la zona pedonale non era ancora pedonale. Arrivammo dove c’era la Standa, sotto gli occhi vigili di una pattuglia di sbirri e degli annoiatissimi agenti della digos. Ci fermammo, issando i nostri striscioni, a far consumare le torce. Cantavamo inni di battaglia. Un vecchio – pace all’anima sua – si fermò a squadrarci, torvo. Poi si avvicinò all’agente in borghese che dirigeva le operazioni. E chiese: “Che cosa vogliono?”. Il poliziotto, senza neppure voltarsi, continuando a fissare le fiaccole della prima fila, rispose: “Pace, giustizia e libertà”. L’anziano, di rimando, chiosò: “E tutto adesso?”.

Tra i diciassettenni che eravamo, non pochi scoppiarono a ridere. Era geniale, quell’osservazione. Era politica, metodologica, più dei trattati di Bakunin e Stirner che tanto facevano trend. Più del Processo di Kafka. La scena era chiara. Le parti in gioco pure. Il contorno idem. Duecento ragazzini tenuti nel recinto nel bel mezzo di una città di anziani che infreddolita muoveva verso casa all’ora di cena. Una metafora. E se fossimo rimasti in piazza un mese? Due? Dieci anni? Cosa sarebbe successo? Cosa sarebbe cambiato? Ritornammo nelle nostre scuole occupate, a dividerci tra scherzi telefonici, sedute spiritiche e qualche approccio bello pesante. Avevamo pensato a tutto: c’erano responsabili della comunicazione, dell’informazione, della pulizia. C’erano centri di direzione e gestione: i giornali, le riviste, i dibattiti, la cucina, i gruppi di studio. Finanche le strategie. “Cosa auspicate?”, chiedevano gli intervistatori col microfono a gelato. “Resistere finché sarà necessario per lo Stato (omettevamo “borghese” solo perché eravamo ad uno stadio precedente dell’infatuazione), reprimerci con la forza. A quel punto, la Lega Nord dovrà rispettare le promesse e abbandonare la maggioranza di governo. Aprendo la strada alla crisi e affossando di fatto la riforma della Pubblica istruzione”. Quel governo, alla fine, cadde. Perché Giovanni Agnelli, a nome di Confindustria, scaricò un rampante Silvio Berlusconi che s’era messo in testa di bruciare le tappe, aprendo davvero la strada al conflitto sociale. “Per fare una politica di destra, oggi, serve un governo di sinistra”, annunciò l’avvocato, benedicendo Prodi e Rutelli. In Italia rimanemmo solo noi e quel paraculo di Bertinotti a parlare del “movimento” che aveva abbattuto il premier. Per un po’. Finché qualcuno superò l’idealismo, mentre altri furono zincati nel suo involucro.

Dinanzi alle immagini che provengono dalla Spagna, dalla Porta del Sol che si vuole a tutti i costi simile alla Tahrir della “rivoluzione” egiziana; dinanzi alle interviste, alle tende, alle parole, il pensiero corre a quei ragazzini con le fiaccole. E non potrebbe essere altrimenti. Dinanzi alle rivendicazioni, poi, non si può che rimanere basiti. Maggior welfare, minore tassazione, fine del precariato, fine della politica arraffona e corrotta. E ancora: balzelli per i broker della finanza, per i banchieri, per gli speculatori. E garanzia dell’istruzione, dell’università, abbattimento drastico dei costi degli affitti. Anche senza contare chi di certo proporrà soluzioni diverse o antitetiche all’altro capo della piazza, ce n’è abbastanza per dire: Sono riparazioni di guerra, ragazzi, quelle che chiedete. E noi non ci siamo accorti di nessuna guerra, combattuta e persa dallo Stato spagnolo contro i suoi cittadini insorti. L’indignazione, fremito lodevole e positivo, diventa peso morto al servizio del disfattismo quando si lega all’antipolitica. A quello che da noi si definisce, ormai per convenzione, Grillismo. Dal nome di un celebre comico. Siamo nel cuore dell’Occidente capitalista, per quanto possa essere fastidioso ammetterlo utilizzando formule che, nell’impeto del Nuovismo dilagante, appaiano obsolete come certi incrociatori del Baltico. Eppure è così. I rapporti di produzione di marxiana memoria, le strutture societarie, tutte quelle noiose formule teoriche che si studiavano alle Frattocchie, sono drammaticamente gli stessi dei primi dell’Ottocento. Basta comparare un bello studio sul caporalato. O analizzare certi call-center. Certo, in due secoli pieni – dal mutuo soccorso operaio alle lotte sociali, dalle rivolte alle rivoluzioni – i centri istituzionali del potere hanno potuto saggiare la forza della classe che, per sua natura, riveste il ruolo di antagonista sistemico. E calibrarne la spinta. Reprimerla, moderarla, incorporarla. In Italia c’è stato il Sessantotto, come si dice sempre, ma non ha modificato che aspetti sovrastrutturali. C’è stato il Settantasette, e quella è stata altra storia. Non a caso. Inutile girarci attorno: i termini sono vetusti, la gente si annoia anche solo a sentirne parlare, ma i dati di fatto sono quelli. Immutabili, verrebbe da dire, se non suonasse troppo fatalista. Un sistema che viaggia come un treno senza rotaie, uno di quei treni stellari ipotizzati dalla fantasia dei cartoni animati giapponesi, che ha come incerta stella polare la ricerca del profitto mediante lo sfruttamento, mutevole per indole, che ignora il proprio domani e supera le crisi cicliche con dosi di ulteriore incertezza; che ha un solo alleato: il potere politico, chiamato a moderarne la brutalità e al contempo a governarne gli esiti pur senza poterli indirizzare, ed un unico nemico: la classe degli sfruttati e i suoi centri di aggregazione ed organizzazione. Vetusto, obsoleto, ok. Parliamo d’altro, facciamoci rapire dalle sirene della rivoluzione pacifica delle coscienze, ma la sostanza è questa. Gli sfruttati avranno qualche possibilità di pretendere quando metteranno al potere politico ed economico una tale paura addosso da costringerli a rinegoziare frammenti di sistema. E noi, fossimo il potere politico, lasceremmo le tende degli accampati spagnoli al proprio posto senza neppure prenderci la briga di reprimerne le istanze. Perché non fanno alcuna paura.

C’è un eccesso di comunicazione. Un fiotto di parole che sembrano essersi moltiplicate esponenzialmente al moltiplicarsi degli strumenti. Una strana, originale, inversione di ruoli tra la funzione e il contenuto. Come se il moltiplicarsi degli ospedali potesse generare un boom di nuove patologie. Ma questo non è il peggio. Il peggio è nell’ideologia che sovrintende (o sottostà) al fiotto di chiacchiere che viaggia quotidianamente, secondo dopo secondo, da una latitudine all’altra, da una piazza virtuale all’altra del pianeta. O da una piazza all’altra del pianeta virtuale. L’ideologia, come negli spot degli assorbenti, della libertà. Una libertà assoluta, irrefrenabile, totalizzante. Che abbatte gli steccati, i tabù. Parlare, affermare, domandare, stabilire, sancire. Dalle Alpi ai Pirenei, dagli Appennini alle Ande, oltre la Grande Muraglia e la Città celeste. Senza censure. Un boom di parole che s’accompagna, di solito (e proprio come negli spot degli assorbenti), ad una imbarazzante sopravvalutazione del contenuto specifico. Così come le donne con le ali che volano da un aperitivo a una partita a tennis, dal branch al thé delle cinque, al cinema e al teatro, i nuovi comunicatori sovrastimano lo strumento, finendo per sovrastimare le loro stesse parole. Come rospi, gonfi della libertà del comunicare, non si preoccupano più del comunicato. La rete rende liberi (anche se è strano a dirsi). Com’è profondo il mare. “Aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo da dì?”. E così le telecamere dei tg corrono ad immortalare la faccia dell’uomo che col suo blog ha fatto deflagrare il pluridecennale regime di Mubarak, rilanciandola a milioni di sguardi inorgogliti che, rapiti, non solo lo ritengono plausibile, ma rilanciano. Senza neppure domandarsi il numero reale delle connessioni in un paese come l’Egitto, dove in alcune zone del Cairo manca la rete fognaria. Ma si da per scontato esista il wireless. L’ideologia della libertà assoluta genera mostri. Come l’assenza delle scuole di partito. La rivoluzione che viaggia sul web e diventa spettacolo di seconda serata è una trappola per furbi che si alimenta di idealisti in buona fede. Ma nessuno ne esce pulito. Neppure gli idealisti, intrappolati nel proprio ego, legati ad una coperta di Linus che fa pendant con l’epica epoca dei bamboccioni. Sapere che in Plaza del Sol i ragazzi e le ragazze si sono suddivisi il lavoro, i compiti e le responsabilità, riporta alla mente il Programmatori occupato, le sue radiose mattinate di fine novembre, finanche il gusto estetico della crescita individuale, alimentata da un fremito cutaneo di attivismo e partecipazione. Ma di certo non spalanca alla speranza i cuori di chi ancora s’ostina, da vecchio bisbetico forgiato in altre ere geologiche, a sognare la rivoluzione. Troppo cinici quelli. Perché sanno che serve organizzazione, serve un piano, serve esercitare egemonia. Servono tutte quelle belle cose antiche che un Lenin e un Gramsci non hanno lasciato ai posteri tanto per sfidare la censura. In assenza di tutto ciò, possiamo guardare agli Indignatos come ad uno dei tanti movimenti d’insoddisfazione popolare – d’un popolo unico, quello d’Occidente – che s’era fatto cullare dalle ninne-nanne degli spacciatori di caramelle (i vari socialisti, da Zapatero al poeta Vendola), convinti di poter evitare le brutture del sistema. E che, ormai lontano e distante dai partiti, sfoga la propria inconcludenza nell’auto-inganno.


(Plebe n.36 – primo estratto)


tag: indignati, movimento | permalink



21 Marzo 2007


L’intesa (A Lorenzo Pinto)


Lo striscione è di quelli di carta, rifiniti con lo scotch. Ne nascono altri cento. C’è scritto. In nero. Ciao Lorenzo. In rosso, coi tre punti di sospensione. Si apre crepitando. Sui gradoni della chiesa la gente si volta. Qualcuno non comprende, ci guarda strano. Ma non sono cose che si chiedono. Ne nascono altri cento l’abbiamo virgolettato. Come a sottintendere (e sottolineare) il dialogo intimo con quel ragazzo di 54 anni che la vita, ironica come sempre, ha deciso di strapparci. “Per un malore”, come pietosamente tutti affermano. I passanti restano sospesi. “Dev’essere il funerale di un giovane”. Ed è così, a pensarci. Con Lorenzo tre anni orsono abbiamo condiviso un progetto. Il bisogno di memoria – che è pratica quotidiana – ci aveva spinto a chiedere la sua collaborazione. Volevamo parlare di Brescia, della Strage di Piazza della Loggia. Perché Lorenzo ha vissuto la sua intera esistenza nel solco di quel dolore immenso, al contempo privato e pubblico. Solcato tra i legami del sangue e quelli della militanza che aveva scelto ancor prima che il terrore gli strappasse un fratello. E Lorenzo venne, con la serena umiltà di chi s’è fatto ricercatore di una verità tante volte umiliata nelle aule dei tribunali. A rispondere alle domande di un gruppo di ragazzotti, a farsi riprendere dalle telecamere, ad aprire quei cassetti della memoria che proprio non vogliono saperne di chiudersi e rilasciare quiete. Si aprì come solo certi compagni d’altra epoca sanno fare. Poi lasciò a noi il montaggio, le musiche, la confezione. Su una sola cosa ci accordammo. Il titolo. Avevamo proposto quello spezzone di coro, quell’urlo simultaneamente disperato e fiducioso, quel “Ne nascono altri cento” che segue a ruota il ricordo e la rabbia per tutti i compagni morti ammazzati. Lorenzo fu d’accordo. Aveva compreso lo spirito, che a occhio estraneo può sembrare un cinico tentativo di sostituire l’irriducibile unicità di un’esistenza col semplice computo algebrico dei numeri. La qualità con la quantità. Ma Lorenzo sapeva a cosa volevamo alludere. E dinanzi al chiostro di Santa Chiara, quel pomeriggio di giugno, era emozionato come noi. Il telone riprodusse le sue parole, piane e senza vie di fuga, e i cinquanta presenti parteciparono alla sua composta indignazione, alla ricostruzione di una vita ricostruita sulle macerie di una tragedia irriproducibile. “Luigi Pinto era un compagno, il ruolo di vittima non gli si addice”, e Lorenzo conveniva. Lui, che con quel titolo di “fratello di Luigi”, ha dovuto convivere fino alla fine, facendosi esperto dell’eversione di destra, lottando coi familiari dei caduti per una verità giudiziaria che s’affiancasse a quella storica. L’abbiamo sentito l’ultima volta subito dopo la sentenza d’assoluzione. Un segno, direbbero i romantici. Eppure, nella sua voce provata, nel suo fisico, non c’era traccia di resa. Pochi 54 anni per smettere di battersi. E se il caso, il fato, quel fottuto malore, hanno posto la parola fine, a noi è venuto spontaneo ricordare lo spirito di quell’intesa, la continuità della lotta. E mentre le casse trasmettevano Creuza de ma, abbiamo voluto ricordargli che “Ne nascono altri cento”. In molti non hanno capito. Ma molti non sono Lorenzo.

*articolo apparso su "Foggia&Foggia" del 14 gennaio 2011 con altro titolo.


tag: | permalink



27 Marzo 2007


La Memoria della Brava Gente

“Il fatto, Pauline, è che in questa città gli artisti sono più borghesi della stessa, miserabile borghesia.” (Arthur Rimbaud)

PARTE 1: Lo sproloquio generale

La memoria è un bene prezioso. Sono tutti concordi su questo e non perdono occasione di ribadirlo. Ossessivamente, fino a spossare. Come ripetere AIUTO per un quarto d’ora. E smarrirne il senso. Il legame nascosto tra la parola e il suo significato. I fili intrecciati dell’evocazione a catena. A domino. In tempi di crisi, poi, anche la memoria risente dell’austerity. Va curata a scaglioni, come le partenze al militare. Accorpata in compartimentati monoblocchi semantici. Per risparmiare sulla carta dei manifesti plastificati, certo, come Ciliberti qualche novembre fa, quando riuscì a cumulare la Celebrazione dei Defunti a quella delle Forze Armate. Ma soprattutto perché l’operazione del ricordo non deve MAI uscire dai binari dell’ovvio. E la Memoria con la maiuscola – di cui pure si pretende di parlare con competenza – rapidamente trasformarsi in un album fotografico delle cento chiese di Roma. Senza neppure una didascalia a suddividerne epoche e stili. Una memoria vacanziera, la nostra. Mordi e fuggi.

Da qualche anno a questa parte l’apogeo della Corsa alla Memoria facile si concentra tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Due settimane di fuoco intensivo propedeutiche alla celebrazione di un rito: quello dell’orrore speculare. Il 27 gennaio – Giornata della Memoria – gli appuntamenti nelle sale pubbliche si concentrano sulla dolorosa eredità della Shoah. E in video scorrono le immagini di bambini con le divise a righe, prigionieri smunti, filo spinato, mentre il coro o l’ospite in sala racconta storie esemplari di morte e sopraffazione. Il popolo ebraico e il suo martirio. Il popolo tedesco e il suo gorgo. Unica spiegazione: la follia di Hitler e della sua cerchia di burocrati invasati. Un paio di settimane dopo, il 10 febbraio – Giornata del Ricordo – è la volta di concentrarci sul patrio confine di Nord-Est: le foibe e i cinquant’anni di silenzio imposto da quei cattivi dei comunisti (nei secoli siano dannati!). La tragedia della comunità istriana, la barbarie dei partigiani jugoslavi. Unica spiegazione: l’odio anti-italiano di Tito e dei suoi deliranti esecutori d’ordini.

Ecco. Questa sottomarca di Storia, viene in sostanza detto alle scolaresche annoiate, è meglio (sempre meglio) della dimenticanza.

Sottotraccia scorre l’imperativo categorico che è della nostra epoca retrospettiva: il male va esorcizzato. Isolato e battuto. E all’abbisogna si prodigano i cittadini di buona volontà. I cittadini di nessuno, i non-appartenenti (o appartenenti al trasversale Mondo dei Buoni), quelli che nelle salde tradizioni della routine, dell’esistenza abitudinaria, coltivano lo stimolo di salvare il mondo dagli orrori. I pavidi che non uccidono per vigliaccheria. Quelli che non partecipano alle umane passioni, alle distorte perversioni. Quelli che dinanzi alla violenza si dicono stupiti, non capiscono, non si spiegano, basiscono. Quelli nascosti ad attendere gli esiti della bufera. La brava gente che – col suo bisogno di quiete, coi suoi spasmi d’ordine – già una volta fece nascere il fascismo dalle rovine della burrasca mondiale. Ma questo è meglio non ricordarglielo. È sempre meglio parlare della follia dei singoli, dei manipoli di invasati, della violenza privata. Che non dell’indole che li ha foraggiati: la delega e la passività, il terzismo del “non mi riguarda”, del “finché non capita a me”, che oggi si rovescia nel retorico elogio ai partigiani (pur nella condanna degli eccessi) come bandiera d’uniformità e correttezza. Che cita Brecht per convenienza di pedigree, mentre – ritirata in campagna – da distanze Gaberiane spiega al popolo di sotto che se non sopravvive pulito nel bagno di sterco è per via dell’ignoranza, del razzismo o di chissà cos’altro ancora.

PARTE 2: Il fatto

Allora, è tempo di manifesti. Di manifestare. Esporsi.

All’Oda teatro – tanto per fare un esempio a noi prossimo – gli attori affilano le ugole per il reading parallelo.“Memorie offese”, s’intitola l’evocativa micro-kermesse. Un doppio spettacolo, sul consolidato binario della vacanziera infarinatura di genere. “Juden raus” il 27, “Il silenzio delle foibe” il 29. Due giorni di autentico sballo, un viaggio psichedelico, un trip storiografico. “Parole pesanti e pensanti”, garantisce il cartellone. Ovviamente, “per non dimenticare”. Ad essere cattivi si potrebbe insinuare che si può ricordare solo ciò che si sa. A essere politicamente scorretti si potrebbe alludere al fatto che quel teatro, oggi come ieri, è alla mercé del denaro pubblico della Provincia. E che la Provincia, oggi come oggi a guida centrodestra, difficilmente avrebbe accettato una commemorazione sbilenca. Obliqua. La Shoah senza le Foibe? Ma come? Ormai sono come culo e camicia! Non c’è più l’una senza l’altra, come un gendarme di Pinocchio senza il suo simile, Sherlock Holmes senza la nemesi, Van Gogh e Beethoven senza la follia. Impensabile, inconcepibile.

Foibe e lager – è dettame del politically correct, ormai – devono procedere di pari passo. Entrambe, si dice per raggiunto accordo bicamerale, hanno offeso l’integrità e la dignità dell’essere umano. Si lasci perdere il come, si trasvoli sul perché. Certo, solo chi è scampato per ragioni anagrafiche ad una guerra – o l’ha vissuta con la possibilità di sfuggirle – può pensare che l’integrità del singolo possa avere un qualche valore nel turbinio della battaglia. Idealismo. Ma anche senza sottolineare – per quest’anno almeno evitiamo di farci trascinare nella polemica – la malafede (oramai conclamata) insita in una lettura della Storia per articoli (le foibe sganciate dall’immane catastrofe dell’invasione italiana della Slovenia e della Dalmazia non hanno alcun senso) o il contentino a chi – nonostante le accaldate dichiarazioni di posterità – si sente ancora in dovere di riequilibrare sui due estremi il peso dell’orrore, c’è comunque qualcosa di marcio in questa equiparazione. Un marcio ad uso e consumo della brava gente che non farebbe male a una mosca, perché anche far male ad una mosca richiede una presa di posizione. Nazismo (o nazifascismo, per quelli che non credono al Mussolini trascinato in guerra dal folle austriaco) contro Comunismo. “Ognuno ha i suoi torti, ognuno ha i suoi scheletri”, dice fiero il cittadino in-appartenente, il cittadino di mezzo. E buona visione a tutti! Una domanda afferra la gola: da cosa deriva a costoro questa sbandierata estraneità al male, questa superiorità ostentata, se non – in definitiva – da una epocale, storica e continuata diserzione? Da cosa, se non da una mancata assunzione di responsabilità collettiva che li vede moralmente responsabili anche nei confronti di temi ormai remoti? Troppo facile salire in cattedra ed inventarsi un testo struggente sulle vittime indicate. Più difficile fare arte sui carnefici. Ancora di più, in nome di qualcosa, farsi carnefici. Anche solo di una mosca. Ma certa gente, che non si fa alcuno scrupolo ad accontentare tutti (cfr. La Biblioteca Provinciale), domani in cattedra verrà a raccontarci il male assoluto. Come a volerci far credere che non l’avrebbero chiesto un finanziamento all’assessorato del Reich!

Siamo stati a Basovizza. Ad agosto. Abbiamo letto le ricostruzioni alle pareti, ascoltato il calore missionario del guardiano che ci invitava a lasciare una firma nell’apposito registro. Sfogliato il registro stesso. Ma più che altro, osservato. Il sobrio monumento che di sobrio non ha nulla. Per chi non l’avesse mai visto, è un catafalco d’italico orgoglio, con tanto di tricolore a sventolare e lapidi a ricordare carabinieri, finanzieri, militari. E i civili? Lì sotto, garantiscono. Ma l’approssimazione è evidente, così come la fretta di creare un altare monumentale alla politica, più che un consolatorio simulacro alle velleità imperiali della nostra brava gente. Sui morti si tace. Bene. Ma non possiamo smettere di riflettere, neppure quando le scarpe lambiscono quello che garantiscono essere un cimitero. Com’è che questa genia di intellettuali, di scrittori, giornalisti, storici appassionati, attori e artisti non ha mai preso in considerazione l’idea di far conoscere alle scolaresche – e ai loro svogliati e non gratificati insegnati – le parole, belle e struggenti anch’esse, di un’intera generazione di sloveni prima che le foibe si riempissero di italiani? Perché a nessun artista interessa quel che dicevano quei ventenni che morivano davanti ai plotoni d’esecuzione fascisti, quei vecchi presi a randellate perché s’ostinavano a parlare la propria lingua, quei contadini strappati dalle proprie terre per mezzo delle armi coloniali italiane? Ci sono le testimonianze, non sarebbe difficile imbastire un reading anche su questo. Certo, sarebbe dissonante coi tempi che corrono. E il conformismo, si sa, alla fine sta a cuore anche alle nostre migliori menti alternative.

E allora avanti così!
Tutti a ruota di questa brava gente, tutti schierati dietro i nuovi araldi della Storia d’asporto. Tutti al seguito dei nuovi discepoli della religione della correttezza, l’unica – a ben vedere – in grado di accedere alle prebende di qualsiasi colore. Con una certa indifferenza intellettuale, per giunta.
Per quanto ci riguarda, non vale che un consiglio: ribellarsi al dogma della memoria imposta, all’atto stesso del ricordo frainteso, orchestrato, bipartisan. La violenza, certo, i diritti umani, e tutto quanto…
Ma sapete cosa vi diciamo? Che è meglio l’oblio della viltà.


27/01/2010 - Jacob Foggia


tag: foibe, memoria, arte | permalink