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19 Marzo 2007


Le insegne luminose

Impressioni sulla cosiddetta Rivolta dei Forconi in Sicilia

“Oggi per tutta la giornata una trentina di compagni/e dei centri sociali palermitani Anomalia e Laboratorio Arrigoni hanno partecipato e sostenuto il presidio del Movimento dei Forconi e degli autotrasportatori”. I compagni mettono un freno alle voci. Al chiacchiericcio casalingo dei collettivi sulla presenza di destri infiltrati, ai sospetti di egemonie ambigue. Al blabla d’ordinanza. E lo fanno con un comunicato da prima linea, onesto e teoricamente impeccabile. Fanno bene. “La protesta popolare che si sta diffondendo in Sicilia come tutte le proteste di questo tipo sono complesse, di massa e contraddittorie, ma di sicuro parlano il linguaggio della lotta contro la globalizzazione, contro Equitalia e lo strozzinaggio legalizzato che sta mettendo in miseria larghe fasce della società siciliana, contro la casta politica di destra e di sinistra che sta mettendo in ginocchio i lavoratori e le loro famiglie, contro l'aumento dei prezzi della benzina”. Che aggiungere? Onore a loro e sempre lodato sia l’attivismo. Ma qui le questioni si sollevano come polvere in una biblioteca abbandonata. E non basta dire che si è dinanzi al complesso, al contraddittorio, per sfuggire a noi stessi. Alle nostre delimitazioni. Al Chi siamo? che dovrebbe guidarci nelle scelte. Probabilmente non basta neppure dire che la pratica autonoma appoggia e alimenta il conflitto a prescindere dai furbetti – di destra o di sinistra – che affollano le manifestazioni per scopi prosaici, puramente pubblicitari. Perché è il respiro delle lotte, la convergenza degli scopi, che fa l’internità alle rivendicazioni. Che ci fa parte dello scontro sociale.

Un partito – e per partito si intende una struttura organizzata, con compiti e ruoli ben definiti, un programma e una strategia a medio e lungo termine, capillarmente diffuso sul territorio, con militanti e dirigenti pronti ad entrare in azione, non certo un simbolo da barrare in caso di saltuarie tornate elettorali – avrebbe si il suo bel da fare. Perché non ci sono solo gli autotrasportatori siciliani in rivolta contro il caro-gasolio. Ci sono i tassisti al Circo Massimo, i farmacisti che si oppongono alle liberalizzazioni. Come i Cobas del latte qualche anno fa. Schegge di un fenomeno che nel Mesozoico si sarebbe definito “proletarizzazione del ceto medio”. Il progressivo impoverimento della piccola-borghesia, la crisi dei ricavati dei padroncini. Un partito, si diceva, si approccerebbe a queste lotte. È vero. Ma godrebbe, anzitutto, di un rapporto di forza che al momento nessuno di noi può neppure sognare di possedere. E da questo farebbe discendere una serie di discriminanti che mirerebbero inevitabilmente al superamento del dato di fatto e all’innalzamento della posta in gioco. In una parola: all’egemonia. Perché è inutile girarci attorno: le lotte o si radicalizzano o si egemonizzano. Non siamo l’esercito della salvezza. Non forniamo manodopera a costo zero. Non siamo degli idealisti sciocchi, degli utili idioti, alla mercé di chiunque voglia fare un po’ di casino per strada. Agricoltori, notai, commercialisti. Accettare la piattaforma rivendicativa dei “rivoltosi” siciliani significa, di fatto, accettare una logica di scontro tra settori della società che non ci appartengono, che ci sono estranei quando non avversi, seppure quella stessa “rivolta” risulti occasionalmente appoggiata dai braccianti o se per noi quelle rivendicazioni significano “lotta alla globalizzazione”. Per gli autotrasportatori l’orizzonte è un sostanzioso rimborso spese sul carburante. A spese, probabilmente, della collettività regionale. E basta. E per noi questo non è neppure un passaggio tattico, come si diceva ai tempi.

Dobbiamo fare i seri, i colti, i preparati? E sia! Georgi Dimitrov, dirigente bulgaro dell’Internazionale, nel suo Rapporto al VII Congresso, definì il Fascismo come la “dittatura terroristica aperta del capitale finanziario”. Una definizione destinata a imperitura fortuna. A ripetizioni ennesime, quasi pappagallesche, da parte di centinaia, di migliaia di compagni-Bignami in cerca di capisaldi teorici. Una citazione senz’altro adatta a indicare i confini del Fascismo-Stato, quello che per il Comintern accomunava Italia e Germania, nel 1935. Ma, se lo vogliamo dire, assolutamente inadatta a chiudere il discorso rispetto alla complessità del movimento fascista ai suoi esordi e alla sua differente invasività nei differenti territori. Per l’Italia, quanto meno, probabilmente è più efficace la spiegazione che dei tratti somatici del Fascismo-movimento ha dato Renzo De Felice: espressione della “lotta di classe della piccola-borghesia”. Il piccolo-borghese – quello “solo un po’ coglione” di gaberiana memoria – carico di frustrato rancore impotente nei confronti dei pescecani della finanza, delle banche, del grande borghese e delle istituzioni-sanguisuga, e al contempo reso timoroso (quando non terrorizzato) dall’ascesa del movimento proletario, dal cui orizzonte valoriale è separato per indole e presunto merito, che trova il suo rappresentante ideale nel violento, irrazionale, vitalista fascista. Che combatte e vince in delega le battaglie che, da solo, il piccolo-borghese non saprebbe neppure cominciare. Se si omette questo aspetto della cosiddetta “rivoluzione fascista”, si tace sull’aspetto che – più ancora del corporativismo o del fideismo cattolico – maggiormente ha lasciato spore nella vita politica di questo Paese. Sull’aspetto destinato ancora oggi a raccogliere fortune, nonostante il parere illuminato di molti compagni – che prima hanno reso il Fascismo una specie di macchietta e poi ne hanno a chiacchiere combattuto gli spaventapasseri – che hanno relegato le sparate “antiplutocratiche” di Forza Nuova o Casa Pound a semplici “furti ideologici” ai danni di una sinistra distratta. Ma così non è. L’armamentario anti-capitalista del Fascismo non è roba degli anni Zero. E neppure degli anni Sessanta. È una caratteristica insita nel movimento. E se si omette l’internità di queste posizioni ad una classe – o sottoclasse, come la piccola-borghesia – è ovvio che si perdono i parametri.

In quest’ottica è semplicemente assurdo, quando non antistorico, sorprendersi delle simpatie dei gruppi neofascisti per i blocchi stradali dei tartassati epigoni del ceto medio. O, peggio ancora, ritenerli ospiti inattesi. E da lontano credere che sia l’inizio di una rivolta generalizzata, antipolitica ed antiborghese. Una disarmante innocenza, o una paurosa distanza dalla vita reale. Si scelga il male minore. Non è il caso dei compagni siciliani attivi sul campo, ovviamente. Non ci permetteremmo mai di criticare le pratiche. Di coloro che con la presenza tentano di arginare una deriva. (Uno degli spettacoli più ridicoli, raggelanti e grotteschi, ai quali capita occasionalmente di assistere è la presa di posizione decisa, ferma e definitiva, dei collettivi politici del microcosmo. Su questioni di ampio respiro, di interesse nazionale o planetario. Volantini in ciclostile o nota su facebook. È uguale. Come vedere l’incontro del Mar Baltico col Mare del Nord a Nordkapp. Lascia il segno). Ma, guardiamoci negli occhi: questa delle corporazioni è una battaglia che non ci riguarda. Anacronismo per anacronismo, un tempo si attribuiva alla Classe Operaia il ruolo di guida del proletariato in lotta. Perché quando i metalmeccanici sceglievano la via del conflitto, dietro le bandiere dello scontro s’allineava l’intero indotto della classe. Fino ai ferrovieri e ai bidelli. E di solito si lottava per il contratto nazionale di lavoro, per evitare la polverizzazione delle istanze, per riunire le monadi fino allo Statuto dei Lavoratori o, nei casi più arditi, all’Uomo nuovo. Non per pagare di meno il gasolio. Certo, negli anni, al mutare dei contesti e soprattutto delle guide (sindacali e politiche), anche le lotte operaie (guai a mitizzare!) hanno assunto in diverse occasioni i tratti esterni della lotta di categoria fine a sé stessa. Arese, Termini Imerese, Melfi. Destinandosi, non a caso, al dimenticatoio della storia e alla sconfitta. In soldoni: la differenza sostanziale tra la causa generale, quasi universale, degli operai organizzati e la strenua difesa dei privilegi di categoria, per quanto ammantata di populistici richiami alla guerra sociale, dovrebbero apparire chiari a chi ha fatto della militanza una scelta di vita. Tra le tante, magari, ma pur sempre una scelta. Invece: Viva la Rivoluzione Siciliana!, strepitano tutti. E nessuno prende un treno, un aereo, noleggia un furgone, e parte.


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01 Luglio 2007


L’infanzia della ribellione

Tutt'i profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorno (Niccolò Machiavelli)

L’idealismo non è una peste. A quattordici anni può essere il volano, lo stimolo della curiosità, della conoscenza. Ma quando il tam-tam mediatico lo esalta a totem, a tratto distintivo di una non meglio specificata rivoluzione pacifica e democratica, allora c’è bisogno di qualche puntualizzazione. E non certo perché si ha voglia di spargere cinismo come gramigna nei campi: i volti puliti, i cortei festanti e colorati sono tutti elementi lodevoli, in un Paese come il nostro che ha smarrito la strada. Aspetti invidiabili, finanche, quando mancano le aspettative, le speranze, le progettualità. Ma Babbo Natale non esiste. E prima o poi qualcuno dovrà accollarsi il fastidioso onere di rivelarlo ai pupi. Anche se fa male.

L’idealismo è una tara. Un inghippo, un inganno. Un blocco della crescita. Una sera d’inverno, diciotto anni fa ormai, eravamo in piazza contro la solita riforma dell’istruzione pubblica. Contro la privatizzazione della scuola, come si diceva all’epoca. Il ministro era la Jervolino. O D’Onofrio, tutt’al più. Sull’esempio degli studenti francesi – dall’Autonomia Operaia in poi, noi italiani non brilliamo certo per inventiva e creatività – decidemmo che i cortei bisognava farli di sera, bloccando la città, illuminandone le vie al fuoco delle fiaccole (dell’anarchia?). Protesta drastica, ultimativa, per motivi drastici e ultimativi che – onestamente – neppure ricordiamo. Ai tempi la zona pedonale non era ancora pedonale. Arrivammo dove c’era la Standa, sotto gli occhi vigili di una pattuglia di sbirri e degli annoiatissimi agenti della digos. Ci fermammo, issando i nostri striscioni, a far consumare le torce. Cantavamo inni di battaglia. Un vecchio – pace all’anima sua – si fermò a squadrarci, torvo. Poi si avvicinò all’agente in borghese che dirigeva le operazioni. E chiese: “Che cosa vogliono?”. Il poliziotto, senza neppure voltarsi, continuando a fissare le fiaccole della prima fila, rispose: “Pace, giustizia e libertà”. L’anziano, di rimando, chiosò: “E tutto adesso?”.

Tra i diciassettenni che eravamo, non pochi scoppiarono a ridere. Era geniale, quell’osservazione. Era politica, metodologica, più dei trattati di Bakunin e Stirner che tanto facevano trend. Più del Processo di Kafka. La scena era chiara. Le parti in gioco pure. Il contorno idem. Duecento ragazzini tenuti nel recinto nel bel mezzo di una città di anziani che infreddolita muoveva verso casa all’ora di cena. Una metafora. E se fossimo rimasti in piazza un mese? Due? Dieci anni? Cosa sarebbe successo? Cosa sarebbe cambiato? Ritornammo nelle nostre scuole occupate, a dividerci tra scherzi telefonici, sedute spiritiche e qualche approccio bello pesante. Avevamo pensato a tutto: c’erano responsabili della comunicazione, dell’informazione, della pulizia. C’erano centri di direzione e gestione: i giornali, le riviste, i dibattiti, la cucina, i gruppi di studio. Finanche le strategie. “Cosa auspicate?”, chiedevano gli intervistatori col microfono a gelato. “Resistere finché sarà necessario per lo Stato (omettevamo “borghese” solo perché eravamo ad uno stadio precedente dell’infatuazione), reprimerci con la forza. A quel punto, la Lega Nord dovrà rispettare le promesse e abbandonare la maggioranza di governo. Aprendo la strada alla crisi e affossando di fatto la riforma della Pubblica istruzione”. Quel governo, alla fine, cadde. Perché Giovanni Agnelli, a nome di Confindustria, scaricò un rampante Silvio Berlusconi che s’era messo in testa di bruciare le tappe, aprendo davvero la strada al conflitto sociale. “Per fare una politica di destra, oggi, serve un governo di sinistra”, annunciò l’avvocato, benedicendo Prodi e Rutelli. In Italia rimanemmo solo noi e quel paraculo di Bertinotti a parlare del “movimento” che aveva abbattuto il premier. Per un po’. Finché qualcuno superò l’idealismo, mentre altri furono zincati nel suo involucro.

Dinanzi alle immagini che provengono dalla Spagna, dalla Porta del Sol che si vuole a tutti i costi simile alla Tahrir della “rivoluzione” egiziana; dinanzi alle interviste, alle tende, alle parole, il pensiero corre a quei ragazzini con le fiaccole. E non potrebbe essere altrimenti. Dinanzi alle rivendicazioni, poi, non si può che rimanere basiti. Maggior welfare, minore tassazione, fine del precariato, fine della politica arraffona e corrotta. E ancora: balzelli per i broker della finanza, per i banchieri, per gli speculatori. E garanzia dell’istruzione, dell’università, abbattimento drastico dei costi degli affitti. Anche senza contare chi di certo proporrà soluzioni diverse o antitetiche all’altro capo della piazza, ce n’è abbastanza per dire: Sono riparazioni di guerra, ragazzi, quelle che chiedete. E noi non ci siamo accorti di nessuna guerra, combattuta e persa dallo Stato spagnolo contro i suoi cittadini insorti. L’indignazione, fremito lodevole e positivo, diventa peso morto al servizio del disfattismo quando si lega all’antipolitica. A quello che da noi si definisce, ormai per convenzione, Grillismo. Dal nome di un celebre comico. Siamo nel cuore dell’Occidente capitalista, per quanto possa essere fastidioso ammetterlo utilizzando formule che, nell’impeto del Nuovismo dilagante, appaiano obsolete come certi incrociatori del Baltico. Eppure è così. I rapporti di produzione di marxiana memoria, le strutture societarie, tutte quelle noiose formule teoriche che si studiavano alle Frattocchie, sono drammaticamente gli stessi dei primi dell’Ottocento. Basta comparare un bello studio sul caporalato. O analizzare certi call-center. Certo, in due secoli pieni – dal mutuo soccorso operaio alle lotte sociali, dalle rivolte alle rivoluzioni – i centri istituzionali del potere hanno potuto saggiare la forza della classe che, per sua natura, riveste il ruolo di antagonista sistemico. E calibrarne la spinta. Reprimerla, moderarla, incorporarla. In Italia c’è stato il Sessantotto, come si dice sempre, ma non ha modificato che aspetti sovrastrutturali. C’è stato il Settantasette, e quella è stata altra storia. Non a caso. Inutile girarci attorno: i termini sono vetusti, la gente si annoia anche solo a sentirne parlare, ma i dati di fatto sono quelli. Immutabili, verrebbe da dire, se non suonasse troppo fatalista. Un sistema che viaggia come un treno senza rotaie, uno di quei treni stellari ipotizzati dalla fantasia dei cartoni animati giapponesi, che ha come incerta stella polare la ricerca del profitto mediante lo sfruttamento, mutevole per indole, che ignora il proprio domani e supera le crisi cicliche con dosi di ulteriore incertezza; che ha un solo alleato: il potere politico, chiamato a moderarne la brutalità e al contempo a governarne gli esiti pur senza poterli indirizzare, ed un unico nemico: la classe degli sfruttati e i suoi centri di aggregazione ed organizzazione. Vetusto, obsoleto, ok. Parliamo d’altro, facciamoci rapire dalle sirene della rivoluzione pacifica delle coscienze, ma la sostanza è questa. Gli sfruttati avranno qualche possibilità di pretendere quando metteranno al potere politico ed economico una tale paura addosso da costringerli a rinegoziare frammenti di sistema. E noi, fossimo il potere politico, lasceremmo le tende degli accampati spagnoli al proprio posto senza neppure prenderci la briga di reprimerne le istanze. Perché non fanno alcuna paura.

C’è un eccesso di comunicazione. Un fiotto di parole che sembrano essersi moltiplicate esponenzialmente al moltiplicarsi degli strumenti. Una strana, originale, inversione di ruoli tra la funzione e il contenuto. Come se il moltiplicarsi degli ospedali potesse generare un boom di nuove patologie. Ma questo non è il peggio. Il peggio è nell’ideologia che sovrintende (o sottostà) al fiotto di chiacchiere che viaggia quotidianamente, secondo dopo secondo, da una latitudine all’altra, da una piazza virtuale all’altra del pianeta. O da una piazza all’altra del pianeta virtuale. L’ideologia, come negli spot degli assorbenti, della libertà. Una libertà assoluta, irrefrenabile, totalizzante. Che abbatte gli steccati, i tabù. Parlare, affermare, domandare, stabilire, sancire. Dalle Alpi ai Pirenei, dagli Appennini alle Ande, oltre la Grande Muraglia e la Città celeste. Senza censure. Un boom di parole che s’accompagna, di solito (e proprio come negli spot degli assorbenti), ad una imbarazzante sopravvalutazione del contenuto specifico. Così come le donne con le ali che volano da un aperitivo a una partita a tennis, dal branch al thé delle cinque, al cinema e al teatro, i nuovi comunicatori sovrastimano lo strumento, finendo per sovrastimare le loro stesse parole. Come rospi, gonfi della libertà del comunicare, non si preoccupano più del comunicato. La rete rende liberi (anche se è strano a dirsi). Com’è profondo il mare. “Aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo da dì?”. E così le telecamere dei tg corrono ad immortalare la faccia dell’uomo che col suo blog ha fatto deflagrare il pluridecennale regime di Mubarak, rilanciandola a milioni di sguardi inorgogliti che, rapiti, non solo lo ritengono plausibile, ma rilanciano. Senza neppure domandarsi il numero reale delle connessioni in un paese come l’Egitto, dove in alcune zone del Cairo manca la rete fognaria. Ma si da per scontato esista il wireless. L’ideologia della libertà assoluta genera mostri. Come l’assenza delle scuole di partito. La rivoluzione che viaggia sul web e diventa spettacolo di seconda serata è una trappola per furbi che si alimenta di idealisti in buona fede. Ma nessuno ne esce pulito. Neppure gli idealisti, intrappolati nel proprio ego, legati ad una coperta di Linus che fa pendant con l’epica epoca dei bamboccioni. Sapere che in Plaza del Sol i ragazzi e le ragazze si sono suddivisi il lavoro, i compiti e le responsabilità, riporta alla mente il Programmatori occupato, le sue radiose mattinate di fine novembre, finanche il gusto estetico della crescita individuale, alimentata da un fremito cutaneo di attivismo e partecipazione. Ma di certo non spalanca alla speranza i cuori di chi ancora s’ostina, da vecchio bisbetico forgiato in altre ere geologiche, a sognare la rivoluzione. Troppo cinici quelli. Perché sanno che serve organizzazione, serve un piano, serve esercitare egemonia. Servono tutte quelle belle cose antiche che un Lenin e un Gramsci non hanno lasciato ai posteri tanto per sfidare la censura. In assenza di tutto ciò, possiamo guardare agli Indignatos come ad uno dei tanti movimenti d’insoddisfazione popolare – d’un popolo unico, quello d’Occidente – che s’era fatto cullare dalle ninne-nanne degli spacciatori di caramelle (i vari socialisti, da Zapatero al poeta Vendola), convinti di poter evitare le brutture del sistema. E che, ormai lontano e distante dai partiti, sfoga la propria inconcludenza nell’auto-inganno.


(Plebe n.36 – primo estratto)


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21 Marzo 2007


L’intesa (A Lorenzo Pinto)


Lo striscione è di quelli di carta, rifiniti con lo scotch. Ne nascono altri cento. C’è scritto. In nero. Ciao Lorenzo. In rosso, coi tre punti di sospensione. Si apre crepitando. Sui gradoni della chiesa la gente si volta. Qualcuno non comprende, ci guarda strano. Ma non sono cose che si chiedono. Ne nascono altri cento l’abbiamo virgolettato. Come a sottintendere (e sottolineare) il dialogo intimo con quel ragazzo di 54 anni che la vita, ironica come sempre, ha deciso di strapparci. “Per un malore”, come pietosamente tutti affermano. I passanti restano sospesi. “Dev’essere il funerale di un giovane”. Ed è così, a pensarci. Con Lorenzo tre anni orsono abbiamo condiviso un progetto. Il bisogno di memoria – che è pratica quotidiana – ci aveva spinto a chiedere la sua collaborazione. Volevamo parlare di Brescia, della Strage di Piazza della Loggia. Perché Lorenzo ha vissuto la sua intera esistenza nel solco di quel dolore immenso, al contempo privato e pubblico. Solcato tra i legami del sangue e quelli della militanza che aveva scelto ancor prima che il terrore gli strappasse un fratello. E Lorenzo venne, con la serena umiltà di chi s’è fatto ricercatore di una verità tante volte umiliata nelle aule dei tribunali. A rispondere alle domande di un gruppo di ragazzotti, a farsi riprendere dalle telecamere, ad aprire quei cassetti della memoria che proprio non vogliono saperne di chiudersi e rilasciare quiete. Si aprì come solo certi compagni d’altra epoca sanno fare. Poi lasciò a noi il montaggio, le musiche, la confezione. Su una sola cosa ci accordammo. Il titolo. Avevamo proposto quello spezzone di coro, quell’urlo simultaneamente disperato e fiducioso, quel “Ne nascono altri cento” che segue a ruota il ricordo e la rabbia per tutti i compagni morti ammazzati. Lorenzo fu d’accordo. Aveva compreso lo spirito, che a occhio estraneo può sembrare un cinico tentativo di sostituire l’irriducibile unicità di un’esistenza col semplice computo algebrico dei numeri. La qualità con la quantità. Ma Lorenzo sapeva a cosa volevamo alludere. E dinanzi al chiostro di Santa Chiara, quel pomeriggio di giugno, era emozionato come noi. Il telone riprodusse le sue parole, piane e senza vie di fuga, e i cinquanta presenti parteciparono alla sua composta indignazione, alla ricostruzione di una vita ricostruita sulle macerie di una tragedia irriproducibile. “Luigi Pinto era un compagno, il ruolo di vittima non gli si addice”, e Lorenzo conveniva. Lui, che con quel titolo di “fratello di Luigi”, ha dovuto convivere fino alla fine, facendosi esperto dell’eversione di destra, lottando coi familiari dei caduti per una verità giudiziaria che s’affiancasse a quella storica. L’abbiamo sentito l’ultima volta subito dopo la sentenza d’assoluzione. Un segno, direbbero i romantici. Eppure, nella sua voce provata, nel suo fisico, non c’era traccia di resa. Pochi 54 anni per smettere di battersi. E se il caso, il fato, quel fottuto malore, hanno posto la parola fine, a noi è venuto spontaneo ricordare lo spirito di quell’intesa, la continuità della lotta. E mentre le casse trasmettevano Creuza de ma, abbiamo voluto ricordargli che “Ne nascono altri cento”. In molti non hanno capito. Ma molti non sono Lorenzo.

*articolo apparso su "Foggia&Foggia" del 14 gennaio 2011 con altro titolo.


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27 Marzo 2007


La Memoria della Brava Gente

“Il fatto, Pauline, è che in questa città gli artisti sono più borghesi della stessa, miserabile borghesia.” (Arthur Rimbaud)

PARTE 1: Lo sproloquio generale

La memoria è un bene prezioso. Sono tutti concordi su questo e non perdono occasione di ribadirlo. Ossessivamente, fino a spossare. Come ripetere AIUTO per un quarto d’ora. E smarrirne il senso. Il legame nascosto tra la parola e il suo significato. I fili intrecciati dell’evocazione a catena. A domino. In tempi di crisi, poi, anche la memoria risente dell’austerity. Va curata a scaglioni, come le partenze al militare. Accorpata in compartimentati monoblocchi semantici. Per risparmiare sulla carta dei manifesti plastificati, certo, come Ciliberti qualche novembre fa, quando riuscì a cumulare la Celebrazione dei Defunti a quella delle Forze Armate. Ma soprattutto perché l’operazione del ricordo non deve MAI uscire dai binari dell’ovvio. E la Memoria con la maiuscola – di cui pure si pretende di parlare con competenza – rapidamente trasformarsi in un album fotografico delle cento chiese di Roma. Senza neppure una didascalia a suddividerne epoche e stili. Una memoria vacanziera, la nostra. Mordi e fuggi.

Da qualche anno a questa parte l’apogeo della Corsa alla Memoria facile si concentra tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Due settimane di fuoco intensivo propedeutiche alla celebrazione di un rito: quello dell’orrore speculare. Il 27 gennaio – Giornata della Memoria – gli appuntamenti nelle sale pubbliche si concentrano sulla dolorosa eredità della Shoah. E in video scorrono le immagini di bambini con le divise a righe, prigionieri smunti, filo spinato, mentre il coro o l’ospite in sala racconta storie esemplari di morte e sopraffazione. Il popolo ebraico e il suo martirio. Il popolo tedesco e il suo gorgo. Unica spiegazione: la follia di Hitler e della sua cerchia di burocrati invasati. Un paio di settimane dopo, il 10 febbraio – Giornata del Ricordo – è la volta di concentrarci sul patrio confine di Nord-Est: le foibe e i cinquant’anni di silenzio imposto da quei cattivi dei comunisti (nei secoli siano dannati!). La tragedia della comunità istriana, la barbarie dei partigiani jugoslavi. Unica spiegazione: l’odio anti-italiano di Tito e dei suoi deliranti esecutori d’ordini.

Ecco. Questa sottomarca di Storia, viene in sostanza detto alle scolaresche annoiate, è meglio (sempre meglio) della dimenticanza.

Sottotraccia scorre l’imperativo categorico che è della nostra epoca retrospettiva: il male va esorcizzato. Isolato e battuto. E all’abbisogna si prodigano i cittadini di buona volontà. I cittadini di nessuno, i non-appartenenti (o appartenenti al trasversale Mondo dei Buoni), quelli che nelle salde tradizioni della routine, dell’esistenza abitudinaria, coltivano lo stimolo di salvare il mondo dagli orrori. I pavidi che non uccidono per vigliaccheria. Quelli che non partecipano alle umane passioni, alle distorte perversioni. Quelli che dinanzi alla violenza si dicono stupiti, non capiscono, non si spiegano, basiscono. Quelli nascosti ad attendere gli esiti della bufera. La brava gente che – col suo bisogno di quiete, coi suoi spasmi d’ordine – già una volta fece nascere il fascismo dalle rovine della burrasca mondiale. Ma questo è meglio non ricordarglielo. È sempre meglio parlare della follia dei singoli, dei manipoli di invasati, della violenza privata. Che non dell’indole che li ha foraggiati: la delega e la passività, il terzismo del “non mi riguarda”, del “finché non capita a me”, che oggi si rovescia nel retorico elogio ai partigiani (pur nella condanna degli eccessi) come bandiera d’uniformità e correttezza. Che cita Brecht per convenienza di pedigree, mentre – ritirata in campagna – da distanze Gaberiane spiega al popolo di sotto che se non sopravvive pulito nel bagno di sterco è per via dell’ignoranza, del razzismo o di chissà cos’altro ancora.

PARTE 2: Il fatto

Allora, è tempo di manifesti. Di manifestare. Esporsi.

All’Oda teatro – tanto per fare un esempio a noi prossimo – gli attori affilano le ugole per il reading parallelo.“Memorie offese”, s’intitola l’evocativa micro-kermesse. Un doppio spettacolo, sul consolidato binario della vacanziera infarinatura di genere. “Juden raus” il 27, “Il silenzio delle foibe” il 29. Due giorni di autentico sballo, un viaggio psichedelico, un trip storiografico. “Parole pesanti e pensanti”, garantisce il cartellone. Ovviamente, “per non dimenticare”. Ad essere cattivi si potrebbe insinuare che si può ricordare solo ciò che si sa. A essere politicamente scorretti si potrebbe alludere al fatto che quel teatro, oggi come ieri, è alla mercé del denaro pubblico della Provincia. E che la Provincia, oggi come oggi a guida centrodestra, difficilmente avrebbe accettato una commemorazione sbilenca. Obliqua. La Shoah senza le Foibe? Ma come? Ormai sono come culo e camicia! Non c’è più l’una senza l’altra, come un gendarme di Pinocchio senza il suo simile, Sherlock Holmes senza la nemesi, Van Gogh e Beethoven senza la follia. Impensabile, inconcepibile.

Foibe e lager – è dettame del politically correct, ormai – devono procedere di pari passo. Entrambe, si dice per raggiunto accordo bicamerale, hanno offeso l’integrità e la dignità dell’essere umano. Si lasci perdere il come, si trasvoli sul perché. Certo, solo chi è scampato per ragioni anagrafiche ad una guerra – o l’ha vissuta con la possibilità di sfuggirle – può pensare che l’integrità del singolo possa avere un qualche valore nel turbinio della battaglia. Idealismo. Ma anche senza sottolineare – per quest’anno almeno evitiamo di farci trascinare nella polemica – la malafede (oramai conclamata) insita in una lettura della Storia per articoli (le foibe sganciate dall’immane catastrofe dell’invasione italiana della Slovenia e della Dalmazia non hanno alcun senso) o il contentino a chi – nonostante le accaldate dichiarazioni di posterità – si sente ancora in dovere di riequilibrare sui due estremi il peso dell’orrore, c’è comunque qualcosa di marcio in questa equiparazione. Un marcio ad uso e consumo della brava gente che non farebbe male a una mosca, perché anche far male ad una mosca richiede una presa di posizione. Nazismo (o nazifascismo, per quelli che non credono al Mussolini trascinato in guerra dal folle austriaco) contro Comunismo. “Ognuno ha i suoi torti, ognuno ha i suoi scheletri”, dice fiero il cittadino in-appartenente, il cittadino di mezzo. E buona visione a tutti! Una domanda afferra la gola: da cosa deriva a costoro questa sbandierata estraneità al male, questa superiorità ostentata, se non – in definitiva – da una epocale, storica e continuata diserzione? Da cosa, se non da una mancata assunzione di responsabilità collettiva che li vede moralmente responsabili anche nei confronti di temi ormai remoti? Troppo facile salire in cattedra ed inventarsi un testo struggente sulle vittime indicate. Più difficile fare arte sui carnefici. Ancora di più, in nome di qualcosa, farsi carnefici. Anche solo di una mosca. Ma certa gente, che non si fa alcuno scrupolo ad accontentare tutti (cfr. La Biblioteca Provinciale), domani in cattedra verrà a raccontarci il male assoluto. Come a volerci far credere che non l’avrebbero chiesto un finanziamento all’assessorato del Reich!

Siamo stati a Basovizza. Ad agosto. Abbiamo letto le ricostruzioni alle pareti, ascoltato il calore missionario del guardiano che ci invitava a lasciare una firma nell’apposito registro. Sfogliato il registro stesso. Ma più che altro, osservato. Il sobrio monumento che di sobrio non ha nulla. Per chi non l’avesse mai visto, è un catafalco d’italico orgoglio, con tanto di tricolore a sventolare e lapidi a ricordare carabinieri, finanzieri, militari. E i civili? Lì sotto, garantiscono. Ma l’approssimazione è evidente, così come la fretta di creare un altare monumentale alla politica, più che un consolatorio simulacro alle velleità imperiali della nostra brava gente. Sui morti si tace. Bene. Ma non possiamo smettere di riflettere, neppure quando le scarpe lambiscono quello che garantiscono essere un cimitero. Com’è che questa genia di intellettuali, di scrittori, giornalisti, storici appassionati, attori e artisti non ha mai preso in considerazione l’idea di far conoscere alle scolaresche – e ai loro svogliati e non gratificati insegnati – le parole, belle e struggenti anch’esse, di un’intera generazione di sloveni prima che le foibe si riempissero di italiani? Perché a nessun artista interessa quel che dicevano quei ventenni che morivano davanti ai plotoni d’esecuzione fascisti, quei vecchi presi a randellate perché s’ostinavano a parlare la propria lingua, quei contadini strappati dalle proprie terre per mezzo delle armi coloniali italiane? Ci sono le testimonianze, non sarebbe difficile imbastire un reading anche su questo. Certo, sarebbe dissonante coi tempi che corrono. E il conformismo, si sa, alla fine sta a cuore anche alle nostre migliori menti alternative.

E allora avanti così!
Tutti a ruota di questa brava gente, tutti schierati dietro i nuovi araldi della Storia d’asporto. Tutti al seguito dei nuovi discepoli della religione della correttezza, l’unica – a ben vedere – in grado di accedere alle prebende di qualsiasi colore. Con una certa indifferenza intellettuale, per giunta.
Per quanto ci riguarda, non vale che un consiglio: ribellarsi al dogma della memoria imposta, all’atto stesso del ricordo frainteso, orchestrato, bipartisan. La violenza, certo, i diritti umani, e tutto quanto…
Ma sapete cosa vi diciamo? Che è meglio l’oblio della viltà.


27/01/2010 - Jacob Foggia


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31 Ottobre 2007


La legittimità della marcia

Cronaca del nostro sciopero generale in difesa della scuola pubblica

Roma, 30 ottobre 2008, Le avversità si superano marciando

Appuntamento all’una in piazza Cavour, davanti alla villa comunale. Non siamo in ritardo, non siamo in anticipo. Un buon gruppo – diciotto persone, alla fine, hanno aderito – in marcia lenta. In via IV Novembre ci sfila accanto la Gilda. È una manifestazione unitaria, la prima da un po’. Noi siamo attesi alla Sapienza dalle compagne e dai compagni che manifesteranno contro la 133 a distanza di sicurezza da Cgil, Cisl e Uil. Il resto della gente che vediamo intenta a compilare liste sotto i quattro mezzi pagati dai sindacati confederali, partirà da piazza Esedra. Ci mettiamo in coda. Facciamo partire un paio di cori. La notte è vuota e senza stimoli. I professori e i sindacalisti sull’altra metà del mezzo, non gradiscono. Ma, per qualche minuto, tollerano. Al vetro posteriore piazziamo un paio di stelle e un 133 barrato. I responsabili dell’altro pullman vedono e salgono a redarguirci: Togliete quegli striscioni o non si parte. Il primo dilemma, anche senza prendere sul serio la minaccia di lasciarci a Foggia. La solita storia. Tra noi ci sono pochi tesserati Cgil, questo è vero. In un certo senso siamo ospiti, passeggeri che chiedono uno strappo. Ma aprire alla pluralità implica l’accettazione della differenza, e questo i dirigenti Cgil dovrebbero saperlo. Non siamo ragazzini alla prima manifestazione, sappiamo come vanno certe cose. La diffidenza. Scattiamo in difesa della pezza manco fossimo un gruppo ultrà. Loro si irrigidiscono. E siamo ancora fermi, non abbiamo ancora cominciato. Sullo “striscione” non c’è nulla che meriti questo confronto, in realtà. Il confronto è sui non detti, sul pregresso. Quel che loro pensano di noi, quel che noi pensiamo di loro. Partiamo con un compromesso, lo striscione leggermente occultato tra i sedili, e con qualche coro. Poi uno s’accende una sigaretta. E bastano due tiri per far venire a galla il conato. L’autista prima minaccia, poi fa il giro di un isolato e la mette in pratica. Siamo fermi, di nuovo. Arrivano due pattuglie della polizia. Vengono richiamati dall’emergenza anche i tre mezzi che si erano già avviati. L’autista ci vuole giù dal suo mezzo, altrimenti non se ne fa niente. Per alcuni minuti la piazza è agorà. Ci sono ragazze inviperite dal nostro comportamento (“i cori, le sigarette”) e docenti di lungo corso che, materne, si avvicinano per rimproverarci; ma anche professoresse che se la prendono con la fragilità nervosa del pilota (“Ma lei non ha mai portato in gita una scolaresca?”) e ragazzi che gli chiedono se, parimenti, abbia mai visto cosa sia una trasferta di tifosi. Fatto sta che siamo in un bell’inghippo. Dobbiamo parlare, dire come intendiamo noi la faccenda: allegria e lotta, lotta e allegria, altrimenti partiremmo per un pellegrinaggio. Ma l’allegria non è contemplata nelle vocazioni della maggioranza dei partecipanti. Allora è meglio imporre delle regole. Arrivano i dirigenti. Ancora il pregresso: noi siamo convinti che loro ci considerino dei semplici facinorosi in cerca di rogne, loro esagerano nel considerarci tali. Le reazioni sono proporzionali al pregiudizio reciproco. Alla fine accettiamo il decalogo: non accendere falò, non attaccare altri mezzi civili. E, in un clima di pregiudicata coabitazione, partiamo scortati. Sono le due passate.

L’alba su Roma è lattea. I capannoni industriali, gli svincoli, le case dell’estrema periferia. Il traffico è una barriera difensiva. Insuperabile. Sono le 7 quando vediamo, sulla sinistra, l’Ikea che preannuncia l’Anagnina, ma stavolta quel parcheggio non ci tocca. Saranno stati i campani, i laziali del sud, ad occuparla. La nostra destinazione è l’Eur. Alle 8 siamo ancora incolonnati. Alle 8,15 vediamo il Palasport. Poi la corsa per la metro. Andiamo verso il cuore della protesta. La tensione è una specie di retropensiero. I fascisti sono stati bastonati a piazza Navona, ieri. Hanno passato la giornata a fare blanda caccia all’uomo, a preparare la risposta. Casa Pound, Forza Nuova e Blocco preannunciano la partecipazione. Bisogna guardarsi attorno, prepararsi a tutto. Alla stazione ci fanno storie sulle aste delle bandiere, ma ci servono e riusciamo a passare. Il trenino si riempie in fretta di docenti di ruolo preoccupati per la qualità dell’insegnamento, di precari col posto vacillante, di studenti urlanti. Vanno a piazza Esedra. Tutti scendono a Termini. Noi andiamo avanti fino a Policlinico. Dalla Sapienza partirà lo spezzone degli universitari e dei collettivi. Ci uniremo alle compagne e ai compagni che ci hanno tenuto il posto. Li vediamo, indaffarati, di fronte a Mineralogia. Abbracci e baci. Si discute. Gli eventi delle ultime ore hanno lasciato un segno profondo. Inutile far finta di niente. Ci vuole tempo e pazienza per convincere un gruppo di studentesse che lo slogan Né rossi, né neri, liberi pensieri, dietro la maschera di innocuo, disimpegnato opportunismo equilibrista, nasconde ben altre insidie. I fascisti l’hanno cavalcata, quella scritta, per settimane. Ne hanno fatto il passepartout per sfondare sotto Montecitorio, per prendersi la visibilità del media, per guadagnarsi una legittimità che non devono avere. Ma la maggioranza silenziosa, che pure appoggia la protesta, ha il chilometraggio militante azzerato, e certe spiegazioni risultano ostiche, quando non apertamente incomprensibili. In piazza Aldo Moro fa freddo, piove. Altri compagni. Srotoliamo lo striscione sotto al vascone, innestiamo le aste per le bandiere più alte: ci siamo concentrati sul “colore”, ci siamo specializzati nel farci notare. La bandiera dell’Angola, la stessa dello “Zaccheria”, non fa a tempo a mostrarsi che parte il tam-tam dei commenti. I più audaci vengono a noi con una domanda: Che bandiera è? Che rappresenta? Che c’entra? Ci incastriamo tra Lettere ed Ingegneria. Amici e compagni fanno trillare i cellulari. Ci raggiungono. Abbiamo aste di 4 metri: un vessillo rosso e nero alla maniera della Cnt, sormontato dalla bandiera della pirateria. Ci vedono da ogni parte. Quando anche lo striscione diventa visibile – Né 133, Né 113 – catalizziamo tutta la tensione e l’incipiente preoccupazione che s’ammassa agli angoli del corteo che si va formando. Una ragazza ci chiede, per cortesia, di togliere i simboli politici. Un suo collega cerca quasi di imporcelo, “Noi abbiamo deciso che i simboli politici devono rimanere fuori dalle manifestazioni”. Noi chi? Un’altra studentessa ci avvicina: “Voi siete un collettivo politico, perché state tra noi?”. Spiegare la politica richiede tempo e pazienza. Spiegare quali collegamenti cerebrali s’azionino in costoro, al semplice sentir risuonare la parola, è materia per sondaggisti e politologi. È stata la depoliticizzazione forzata, la scissione tra il fare sociale e il fare politico a creare i peggiori mostri dei nostri tempi: i burocrati di sedici anni e i fascisti di ritorno. Noi ci accontentiamo di creare un piccolo caso: abbiamo i nostri simboli e non li nascondiamo. Lo stesso fanno altri all’interno del corteo, e questo ci rincuora. Che c’entra la Jolly Roger con la Riforma? Che c’entra la scritta Antifa nella firma dello striscione? Il corteo giunge in piazza dei Cinquecento grosso come si deve. Le bandiere sventolano, i cori s’alzano – Né Gelmini Né Celerini – in tanti s’avvicinano per farci apprezzamenti. Il versante dell’identità non è più a rischio. Festeggiamo, all’altezza della stazione Termini, con la prima torcia della giornata.

La tensione, si diceva. Non sparisce, non ci abbandona. Si trasforma, piuttosto. In voce. E rincorre altre voci. Di tanto in tanto un compagno ci affianca, trafelato, e ci annuncia che i fasci sono “a piazza Barberini”, o a “piazza della Repubblica”, o “inflltrati nel corteo”. Rimaniamo guardinghi, sempre. A scaglioni partono le staffette. Sarebbero stupidi ad attaccare oggi. In nessun punto siamo vulnerabili. E non solo per la presenza discreta d’un servizio d’ordine che c’è ed aleggia, e neppure per la storica ruvidità del cordone metalmeccanico. Quanto per la natura stessa del corteo. Piazza dei Cinquecento è l’unico momento in cui sfioriamo quello ufficiale, quello dei sindacati. Loro vanno a via Nazionale, noi svoltiamo per via Cavour. Poco prima del curvone, un ragazzo accende una torcia da ferroviere. Non sappiamo chi sia, nessuno lo sa. Ed allora accendiamo una torcia anche noi. E ci si fronteggia, come allo stadio. La tensione, carsica, risale a galla. Qualcuno allontana il ragazzo e gli altri alle sue spalle. Un vecchio sindacalista urla: “Corteo!” e rimette in movimento il serpentone che s’era fermato, pronto all’abbisogna. Fino ai Fori Imperiali c’è un mare di teste. E non siamo il corteo ufficiale. Lo striscione “spacca”, i fotografi immortalano facce e momenti. Sui balconi c’è gente che incita, che sostiene la lotta, che invita a non mollare. A Piazza Venezia ci raggiungono profughi dell’altro corteo, gente che ha perso la direzione. Molti bambini si incuneano tra noi. Non è una bella mossa. Ci aspettiamo un attacco, un vertice di pathos, da un momento all’altro. Si scatenerà il panico, non sarà bene avere bambini da scansare, in quei momenti. Ma la tensione, invece di crescere, si stempera man mano che la marcia avanza. Compatti, dietro lo striscione. Gli sbandieratori non si placano. Abbiamo piena legittimità nel corteo, come tutti gli antifascisti, del resto. Ingegneria lo ribadisce nei suoi cori. Distribuiamo volantini anche ai bar e alle tavole calde. Via delle Botteghe Oscure, il Tevere. Le voci che si accavallano trovano una loro sistemazione topografica: si va al Ministero dell’Istruzione, non ci sono più dubbi. Lo si va a circondare. Viale di Trastevere è alberato e grigio. Ha smesso di piovere, ma s’è nascosto anche il sole. Piazza Mastai sulla sinistra, la fontana, il ricordo di Gianni Rodari. Meritiamo un scuola pubblica, la meritiamo per la forza che ci stiamo mettendo e perché non ci va affatto di dover innestare misture ogm sui ricordi dei bambini. Non ci va di legare i loro sogni al profitto, all’individualismo, al carrierismo, sin da subito. Questo sistema non avrà la nostra essenza. “Un po’ utopista il vostro volantino…”, ci comunica una signora. Lo leggiamo, lo facciamo leggere. Non ci pare. Abbiamo scritto che l’unica via d’uscita è il conflitto, radicale e senza concessioni al compromesso. Ed abbiamo aggiunto che la nostra ricetta, semplice e sintetica, non va limitata al solo mondo della scuola. Rompere gli argini, inondare l’intero campo del precariato esistenziale. Utopista? Speriamo di no. Al Ministero ci dedichiamo a sparare bengala verso le finestre. Dei ragazzi ci corrono incontro spaventati, come dinanzi ad un pesante attacco alla tranquillità del movimento. Le stesse scene sulla facciata principale, dove la polizia s’è schierata massicciamente, con gli scudi alzati. Pensavano al colpaccio, all’occupazione dell’istituzione. Sarebbe stato necessario. E non è detto che il futuro immediato non ci riservi colpi di coda. Maroni invoca pene severe per chi occupa. Sono sulla difensiva, ed è un bene. Ma il movimento rimane sfaccettato, composito. Ci sono margini di crescita, ancora. L’importante, dopo gli eventi di piazza Navona, era riaffermare l’aspetto politico della protesta, la centralità del progetto in luogo del semplice frastuono, sconfiggere i nemici nascosti, i nuovi conciliatori e quelli che si sforzano di appiattire, di depotenziare tutto. E qualche punto, in questa direzione, possiamo dire d’averlo segnato. Sfilando come siamo.


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08 Marzo 2007


Memoria labile: i fascisti ci riprovano

Il Comitato Promotore

C’è Alessandro Mezzano, “voce identitaria” della comunità perugina, polemista che pubblica per l’Insegna del Veltro di Claudio Mutti. C’è “il camerata” Adriano Rebecchi di Verbania, del Movimento Nazional-Popolare. E poi Rutilio Sermonti di Montecompatri, anch’egli del MNP, che ha da poco dato alle stampe il best-seller “Omaggio alla Rsi”. Alessio Borraccino, che cura il Calendario della memoria, coi nomi di 378 caduti della Repubblica sociale. Il professor Salvatore Bocchieri di Milano, presidente dell’Associazione Amici del Tricolore. Nicola Cospito, già sergente dei parà e responsabile della cultura del Msi, oggi insegnante di Storia e filosofia al “Seneca” di Roma e animatore della Fondazione Evola. Massimo Tirone, l’avvocato nazionalpopolare che su mandato di Luca Romagnoli ha inibito a Pino Rauti il nome e il simbolo della fiamma. Simone Perticarini, che a Fermo organizza concerti di rock identitario e convegni sul ruolo “anti-italiano” di Fini in compagnia di Gabriele Adinolfi. Celsio Ascenzi di Colli del Tronto (Mnp anche lui). Benito Sarda di Barrafranca, professore di grafologia ed “appassionato militante incline allo sberleffo e al dileggio”. Gennaro Sorrentino, che guida un nucleo di camerati di Pomezia in arditi volantinaggi astensionisti presso i locali mercati ortofrutticoli. Giuseppe Antonio Cuscunà, tra i firmatari di una fantomatica Coalizione Generazionale.
C’è nientepopodimeno che Paolo Signorelli, l’ideologo del socialismo nazionale, già militante di Ordine Nuovo e del Fronte Sociale, rinviato a giudizio per la strage di Bologna nel 1986 (successivamente assolto per non aver commesso il fatto) e condannato nel 1988 per “banda armata”. Antonella Ricciardi, singolare figura di giornalista-pubblicista, con articoli sparsi dal “Corriere di Aversa” a “Orion” e “Ordine futuro”, con al suo attivo interviste a personaggi del calibro di Erich Priebke, Adriano Tilgher, Roberto Fiore, Alessandra Mussolini, Stefano Delle Chiaie e Costranzo Preve. Carlo Infante, fotografo leccese e dirigente dell’Ugl. Diego Balistreri, organizzatore di feste d’area in quel di Ostia. Maurizio Canosci, già Socialismo Nazionale, di San Sepolcro. Enrico Viciconte, segretario del movimento neoborbonico. Filippo Giannini, architetto romano, fiero dei suoi trascorsi da balilla, già Msi, autore del libro “Benito Mussolini l’uomo della pace”. La signora Edda Porrovecchio, che manifestò a suo tempo l’intenzione di denunciare per tradimento gli operai “rossi” che durante la Seconda guerra mondiale si resero responsabili del sabotaggio di alcuni cannoni. Antonio Demengo, candidato per Alternativa sociale in Abruzzo. Ferruccio Rapetti, autore del volume “Ero un balilla”, in cui sostiene la tesi che Giovanni Pesce ammazzasse gente a tradimento per scatenare la guerra civile su ordine di Mosca e del Pci. Emilio Maluta, reduce della Decima Mas, apologeta di Borghese, uno che chiama “martiri” i repubblichini caduti. Carlo Boccadifuoco, libero professionista catanese, già firmatario di un appello in favore di Robert Faurisson, così come il pisano Benedetto Bargagli Stoffi. Mario Pellegrinetti, già segretario di una sezione di Uq nel 1945, già fondatore di sezione del Msi nel 1946, dal ’96 segretario provinciale di An a Lucca. Stelvio Dal Piaz, repubblichino a Salò ed ex-missino, ex-Fronte sociale nazionale, oggi As. Il professor Alberto Figliuzzi, autore de “Il negazionismo della libertà”, testo caldamente consigliato dai revisionisti italiani dell’Olocausto.
Giano Accame, repubblichino, giornalista, redattore de “Il Borghese”, relatore al convegno dell’Istituto Pollio del 1965 (cfr. Strategia della tensione) con una tesi sulla controrivoluzione dei colonnelli greci, direttore di “Area” con Alemanno.
Claudio Boninu, vicino a Fiamma.
Sergio Tau, regista televisivo con sintomatici interessi per la storia saloina ed autore – con Accame – di una collana di dvd sugli intellettuali di destra. Franco Morini, opinionista del superamento della dicotomia destra/sinistra. Claudio Mutti, professore, editore, fascista rosso, autore di “Nazismo e Islam” ed egli stesso maomettano. Giannetto Bordin, già espulso da Fascismo e Libertà, autore di “Spia del Buro Marine – Un balilla moschettiere nei servizi segreti tedeschi”. Il professor Danilo Zongoli, di Socialismo Tricolore. Paolo Del Prete, singolare dj romano studente di teologia, appartenente alla Milizia di San Michele Arcangelo. Gianni Donaudi, autodidatta del racconto ed articolista per riviste della destra radicale, di cui è possibile trovare alcune foto nelle quali – sicuramente per gioco – impugna un mitra.
Azione e Tradizione, movimento politico cattolico di Modugno (Bari).
Gli XenophiA, gruppo rock cristiano tradizionalista.
E ancora: il dottor Francesco Mancini di Civita Castellana. Giuseppe Corallo di Milano. Cataldo La Neve di Brindisi. Mario Picone dalla Germania. Alvise Zucconi di Roma. Agostino Fusar-Poli di Lodi. Fosco Guidi di Frascati. Francesco Di Lorenzi. Paolo Albanese. Giacomo Ciarcia di Livorno. Giampaolo Drochi dell’alessandrino. Stefano Sogari di Taranto. Paolo di Cristofaro, medico di Giulianova. Abriel Pirini di Ravenna.
Si definiscono “un gruppo di cittadini di varia estrazione politica e sociale (!), studiosi della storia e della cultura”. Si sono autoproclamati “Comitato Foggia città martire” (e non c’è neppure un foggiano). Chiedono che la città diventi simbolo della barbarie anglo-americana e Alleata. Chiedono un giorno – il 20 ottobre – per celebrare l’evento.
Altri si aggiungono in coda, man mano che avvertono il biosgno “umanitario” di rendere omaggio alle vittime civili.

Fascisti timidi

Ma se gli si chiede se sono fascisti (per quanto la cosa risulti dimostrabile con estrema facilità) – chissà perché – cominciano a girare in tondo come un dirigibile, o scartano di lato, deragliano su argomenti paralleli, tacciono fintamente disinteressati, fintamente superiori; o ansiosi rinfacciano all’interlocutore i silenzi sulle repressioni sovietiche degli anni Trenta o sulle foibe titine. In perfetto stile Rai Fiction.
Eppure quando socratici fanno scuola ai ragazzini riempiono il loro frasario di audacia da ultimo giorno e pensieri eterni, sottolineano – come mostrina del mantenuto onore – che se un uomo non è disposto a rischiare la propria vita per un ideale, allora non vale niente. Fieri dei cuori neri e di un passato che conoscono solo in contumacia. Ma come certi cristiani poco praticanti, è raro sentirli affermarsi per il sentimento di sé che ognuno di loro dice d’avere. Fascisti timidi, opportunisti, furbi, specchietto per le allodole e gli allocchi. Cos’altro?

Nell’estate del 1943 Foggia subì una serie di pesanti bombardamenti anglo-americani. È indiscutibile. Sotto le bombe e i mitragliamenti a bassa quota caddero moltissimi civili. Le cifre ufficiose, accettate come ufficiali dalla pigrizia intellettuale e dal conformismo politico di più d’una generazione di storici di professione, parlano di oltre 20mila morti (qualcuno arriva alla cifra di 22-26mila e riesce persino a ripartirli tra le diverse ondate d’attacchi). Una specie di campanilismo alla rovescia, da sempre, sbandiera ai quattro venti questo evento (e questi dati) come una sorta di vanto. Come se Foggia fosse stata prescelta tra tante per assurgere a simbolo di chissà cosa. Velleità di protagonismo, tipico risvolto umorale delle popolazioni mai salite sul palcoscenico della Storia maggiore. In realtà, di pari passo col dilettantismo della ricerca (molti nuclei familiari accorpati alla cifra finale del massacro risultarono in realtà semplicemente sfollate ma mai cassate dall’elenco presunto), gli eventi del ’43 hanno segnato – da sempre – il cavallo di battaglia di tutte le destre cittadine. La continua, costante, reiterata richiesta di riconoscimenti che dal Msi in poi ha contrassegnato negli anni schiere di neofascisti foggiani, non poteva che nascondere propositi riabilitativi. Sancire per decreto che anche gli altri, i “vincitori”, erano crudeli quanto i “vinti”, assegnava patenti di legittimità anche ai nostalgici del duce. Agli epigoni di quei foggiani (150mila, secondo stime anche qui traballanti) che l’8 settembre del 1934 affollarono le strade del capoluogo per poter gridare “A noi!” a colui che di lì a due anni si sarebbe fregiato del titolo di Fondatore dell’Impero. Un impero conquistato gasando le popolazioni civili etiopi.

Eppure a costoro, o alle genti jugoslave, i virgulti del Comitato – che scrivono Nazione con la N maiuscola – sembrano interessarsi poco. L’elenco di città martirizzate è rigorosamente italiano. Gli alleati – per loro – sono ancora tali solo tra virgolette. E nessuna responsabilità storica da accollare al fascismo dominante. Segni inequivocabili di revanscismo, piccole pose da guerrieri dell’onor perduto. Immersi nell’acido liquido della vischiosa propaganda qualunquista. Rintracciabili in controluce, come spie di un contrattacco complicato da affrontare. Se diciamo che i fascisti sono soliti indossare qualunque travestimento possibile – che possa renderli gradevoli all’olfatto dei contemporanei – non diciamo niente di nuovo. Ci stanno riprovando. E nel piattume di contorno, non è detto che non ci riescano. Del resto, se Foggia è medaglia d’oro al valor militare per non meglio circoscritti meriti resistenziali, è altrettanto possibile che diventi città simbolo dei vecchi e dei nuovi nostalgici. Un po’ come Hiroshima, come Dresda. Simbolo della violenza criminale degli anglo-americani come Coventry lo fu del terrore nazista. E tutti ad annuire. Come se l’elemento violenza fosse un elemento addizionale della guerra, e non il suo principale argomento dialettico. Come se il semplice esercizio della vendetta, della ritorsione, della carneficina non fosse equamente distribuito, allo scatenarsi degli istinti privati.
È dibattito usurato: in guerra vince chi fa più danno al nemico, senza scrupoli di sorta. Le ragioni e i torti risiedono altrove. Il codice etico è un optional. E che siano i fascisti a sventolare purezza sotto il naso dei “vincitori”, è altamente ironico.

Altrove

Nel febbraio del 2005, in occasione del 60° anniversario del rovinoso bombardamento alleato (35mila vittime), i neonazisti tedeschi hanno trascinato 5mila persone nelle strade di Dresda. Il più grande raduno esplicitamente neonazista dalla caduta di Berlino. Lo slogan della manifestazione era esplicito: “Il terrore alleato allora come oggi: Hiroshima, Nagasaki, Dresda e ora Bagdad. Non si perdona, non si dimentica”. Palese tentativo di sommare tematiche divergenti, inconciliabili, di spingere il frustrato sentimento identitario della passata grandezza imperiale verso le tematiche anti-occidentaliste e anti-imperialiste dei movimenti contro la guerra d’aggressione all’Iraq. Altrettanto palese tentativo di tracciare un parallelismo tra le vittime dell’eccidio della città tedesca e quelle dello sterminio razziale (un errore interpretativo destinato a grande fortuna nell’epoca del dogma del diritto umano e delle morti tutte eguali). Ma non è questo il punto. Quel che ci interessa sottolineare, per giocare di tara con le reazioni consuete del mondo politico/accademico italiano, è che la reazione della politica tedesca fu – nell’occasione – furente e senza margini d’ambiguità. “Non accetteremo che le cause e gli effetti vengano confusi”, ebbe modo di affermare l’allora cancelliere Schroeder. Ecco. Evitare confusioni strumentali, riaffermare le distanze. Caratteristica scontata in un Paese dilaniato dal senso di colpa per quanto è stato, dirà qualcuno. Certo. Ma anche tratto distintivo di un Paese che – pena l’immobilismo e l’implosione – è stato costretto a fare i conti col proprio passato recente, in maniera disincantata e radicale, fino a lambire gli ambiti del lecito e dell’illecito. I totem del riformismo liberale. Più d’una marcia neonazista è stata vietata in Germania, alle prese con una allarmante recrudescenza del fenomeno. Qui da noi, invece, nel Paese che deve le proprie istituzioni democratiche alla Resistenza antifascista, anche tra i più fedeli apologeti delle socialdemocrazie nordiche, permane un’incapacità strutturale di affrontare certe insorgenze. Prodotto tipico – si dirà – di una democrazia fragile che scambia la tolleranza per remissività (quando non indifferente disinteresse) e confonde la Carta Costituzionale col diritto di natura. Mancanza di coraggio e di coscienza, di dignità e di memoria, aggiungiamo noi.
Senza farci soverchie illusioni, senza la tentazione di fornire deleghe in bianco o assist a politici furbi e mestieranti, impegnati nella ricostruzione dell’imene. Il silenzio delle istituzioni, la concreta compiacenza dello Stato, il continuo moltiplicarsi di scadenze memoriali e celebrazioni di segno misto, non sono che aggravanti da tenere in debita considerazione. Dinanzi ai tentativi di pacificazione revanscista, ai fascisti più o meno timidi, ai voltagabbana senza onore e dignità, non resta che la diffusione della cultura antifascista e della pratica resistenziale.

* Primo estratto da "Plebe" n.25


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