Numero 28 / Settembre 2008

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Ossezia, Georgia, Russia, Stati Uniti d’America: Tutto è bene quel che finisce bene
plebeblob
31 Ottobre 2007
La legittimità della marcia
Cronaca del nostro sciopero generale in difesa della scuola pubblica
Roma, 30 ottobre 2008, Le avversità si superano marciando
Appuntamento all’una in piazza Cavour, davanti alla villa comunale. Non siamo in ritardo, non siamo in anticipo. Un buon gruppo – diciotto persone, alla fine, hanno aderito – in marcia lenta. In via IV Novembre ci sfila accanto la Gilda. È una manifestazione unitaria, la prima da un po’. Noi siamo attesi alla Sapienza dalle compagne e dai compagni che manifesteranno contro la 133 a distanza di sicurezza da Cgil, Cisl e Uil. Il resto della gente che vediamo intenta a compilare liste sotto i quattro mezzi pagati dai sindacati confederali, partirà da piazza Esedra. Ci mettiamo in coda. Facciamo partire un paio di cori. La notte è vuota e senza stimoli. I professori e i sindacalisti sull’altra metà del mezzo, non gradiscono. Ma, per qualche minuto, tollerano. Al vetro posteriore piazziamo un paio di stelle e un 133 barrato. I responsabili dell’altro pullman vedono e salgono a redarguirci: Togliete quegli striscioni o non si parte. Il primo dilemma, anche senza prendere sul serio la minaccia di lasciarci a Foggia. La solita storia. Tra noi ci sono pochi tesserati Cgil, questo è vero. In un certo senso siamo ospiti, passeggeri che chiedono uno strappo. Ma aprire alla pluralità implica l’accettazione della differenza, e questo i dirigenti Cgil dovrebbero saperlo. Non siamo ragazzini alla prima manifestazione, sappiamo come vanno certe cose. La diffidenza. Scattiamo in difesa della pezza manco fossimo un gruppo ultrà. Loro si irrigidiscono. E siamo ancora fermi, non abbiamo ancora cominciato. Sullo “striscione” non c’è nulla che meriti questo confronto, in realtà. Il confronto è sui non detti, sul pregresso. Quel che loro pensano di noi, quel che noi pensiamo di loro. Partiamo con un compromesso, lo striscione leggermente occultato tra i sedili, e con qualche coro. Poi uno s’accende una sigaretta. E bastano due tiri per far venire a galla il conato. L’autista prima minaccia, poi fa il giro di un isolato e la mette in pratica. Siamo fermi, di nuovo. Arrivano due pattuglie della polizia. Vengono richiamati dall’emergenza anche i tre mezzi che si erano già avviati. L’autista ci vuole giù dal suo mezzo, altrimenti non se ne fa niente. Per alcuni minuti la piazza è agorà. Ci sono ragazze inviperite dal nostro comportamento (“i cori, le sigarette”) e docenti di lungo corso che, materne, si avvicinano per rimproverarci; ma anche professoresse che se la prendono con la fragilità nervosa del pilota (“Ma lei non ha mai portato in gita una scolaresca?”) e ragazzi che gli chiedono se, parimenti, abbia mai visto cosa sia una trasferta di tifosi. Fatto sta che siamo in un bell’inghippo. Dobbiamo parlare, dire come intendiamo noi la faccenda: allegria e lotta, lotta e allegria, altrimenti partiremmo per un pellegrinaggio. Ma l’allegria non è contemplata nelle vocazioni della maggioranza dei partecipanti. Allora è meglio imporre delle regole. Arrivano i dirigenti. Ancora il pregresso: noi siamo convinti che loro ci considerino dei semplici facinorosi in cerca di rogne, loro esagerano nel considerarci tali. Le reazioni sono proporzionali al pregiudizio reciproco. Alla fine accettiamo il decalogo: non accendere falò, non attaccare altri mezzi civili. E, in un clima di pregiudicata coabitazione, partiamo scortati. Sono le due passate.
L’alba su Roma è lattea. I capannoni industriali, gli svincoli, le case dell’estrema periferia. Il traffico è una barriera difensiva. Insuperabile. Sono le 7 quando vediamo, sulla sinistra, l’Ikea che preannuncia l’Anagnina, ma stavolta quel parcheggio non ci tocca. Saranno stati i campani, i laziali del sud, ad occuparla. La nostra destinazione è l’Eur. Alle 8 siamo ancora incolonnati. Alle 8,15 vediamo il Palasport. Poi la corsa per la metro. Andiamo verso il cuore della protesta. La tensione è una specie di retropensiero. I fascisti sono stati bastonati a piazza Navona, ieri. Hanno passato la giornata a fare blanda caccia all’uomo, a preparare la risposta. Casa Pound, Forza Nuova e Blocco preannunciano la partecipazione. Bisogna guardarsi attorno, prepararsi a tutto. Alla stazione ci fanno storie sulle aste delle bandiere, ma ci servono e riusciamo a passare. Il trenino si riempie in fretta di docenti di ruolo preoccupati per la qualità dell’insegnamento, di precari col posto vacillante, di studenti urlanti. Vanno a piazza Esedra. Tutti scendono a Termini. Noi andiamo avanti fino a Policlinico. Dalla Sapienza partirà lo spezzone degli universitari e dei collettivi. Ci uniremo alle compagne e ai compagni che ci hanno tenuto il posto. Li vediamo, indaffarati, di fronte a Mineralogia. Abbracci e baci. Si discute. Gli eventi delle ultime ore hanno lasciato un segno profondo. Inutile far finta di niente. Ci vuole tempo e pazienza per convincere un gruppo di studentesse che lo slogan Né rossi, né neri, liberi pensieri, dietro la maschera di innocuo, disimpegnato opportunismo equilibrista, nasconde ben altre insidie. I fascisti l’hanno cavalcata, quella scritta, per settimane. Ne hanno fatto il passepartout per sfondare sotto Montecitorio, per prendersi la visibilità del media, per guadagnarsi una legittimità che non devono avere. Ma la maggioranza silenziosa, che pure appoggia la protesta, ha il chilometraggio militante azzerato, e certe spiegazioni risultano ostiche, quando non apertamente incomprensibili. In piazza Aldo Moro fa freddo, piove. Altri compagni. Srotoliamo lo striscione sotto al vascone, innestiamo le aste per le bandiere più alte: ci siamo concentrati sul “colore”, ci siamo specializzati nel farci notare. La bandiera dell’Angola, la stessa dello “Zaccheria”, non fa a tempo a mostrarsi che parte il tam-tam dei commenti. I più audaci vengono a noi con una domanda: Che bandiera è? Che rappresenta? Che c’entra? Ci incastriamo tra Lettere ed Ingegneria. Amici e compagni fanno trillare i cellulari. Ci raggiungono. Abbiamo aste di 4 metri: un vessillo rosso e nero alla maniera della Cnt, sormontato dalla bandiera della pirateria. Ci vedono da ogni parte. Quando anche lo striscione diventa visibile – Né 133, Né 113 – catalizziamo tutta la tensione e l’incipiente preoccupazione che s’ammassa agli angoli del corteo che si va formando. Una ragazza ci chiede, per cortesia, di togliere i simboli politici. Un suo collega cerca quasi di imporcelo, “Noi abbiamo deciso che i simboli politici devono rimanere fuori dalle manifestazioni”. Noi chi? Un’altra studentessa ci avvicina: “Voi siete un collettivo politico, perché state tra noi?”. Spiegare la politica richiede tempo e pazienza. Spiegare quali collegamenti cerebrali s’azionino in costoro, al semplice sentir risuonare la parola, è materia per sondaggisti e politologi. È stata la depoliticizzazione forzata, la scissione tra il fare sociale e il fare politico a creare i peggiori mostri dei nostri tempi: i burocrati di sedici anni e i fascisti di ritorno. Noi ci accontentiamo di creare un piccolo caso: abbiamo i nostri simboli e non li nascondiamo. Lo stesso fanno altri all’interno del corteo, e questo ci rincuora. Che c’entra la Jolly Roger con la Riforma? Che c’entra la scritta Antifa nella firma dello striscione? Il corteo giunge in piazza dei Cinquecento grosso come si deve. Le bandiere sventolano, i cori s’alzano – Né Gelmini Né Celerini – in tanti s’avvicinano per farci apprezzamenti. Il versante dell’identità non è più a rischio. Festeggiamo, all’altezza della stazione Termini, con la prima torcia della giornata.
La tensione, si diceva. Non sparisce, non ci abbandona. Si trasforma, piuttosto. In voce. E rincorre altre voci. Di tanto in tanto un compagno ci affianca, trafelato, e ci annuncia che i fasci sono “a piazza Barberini”, o a “piazza della Repubblica”, o “inflltrati nel corteo”. Rimaniamo guardinghi, sempre. A scaglioni partono le staffette. Sarebbero stupidi ad attaccare oggi. In nessun punto siamo vulnerabili. E non solo per la presenza discreta d’un servizio d’ordine che c’è ed aleggia, e neppure per la storica ruvidità del cordone metalmeccanico. Quanto per la natura stessa del corteo. Piazza dei Cinquecento è l’unico momento in cui sfioriamo quello ufficiale, quello dei sindacati. Loro vanno a via Nazionale, noi svoltiamo per via Cavour. Poco prima del curvone, un ragazzo accende una torcia da ferroviere. Non sappiamo chi sia, nessuno lo sa. Ed allora accendiamo una torcia anche noi. E ci si fronteggia, come allo stadio. La tensione, carsica, risale a galla. Qualcuno allontana il ragazzo e gli altri alle sue spalle. Un vecchio sindacalista urla: “Corteo!” e rimette in movimento il serpentone che s’era fermato, pronto all’abbisogna. Fino ai Fori Imperiali c’è un mare di teste. E non siamo il corteo ufficiale. Lo striscione “spacca”, i fotografi immortalano facce e momenti. Sui balconi c’è gente che incita, che sostiene la lotta, che invita a non mollare. A Piazza Venezia ci raggiungono profughi dell’altro corteo, gente che ha perso la direzione. Molti bambini si incuneano tra noi. Non è una bella mossa. Ci aspettiamo un attacco, un vertice di pathos, da un momento all’altro. Si scatenerà il panico, non sarà bene avere bambini da scansare, in quei momenti. Ma la tensione, invece di crescere, si stempera man mano che la marcia avanza. Compatti, dietro lo striscione. Gli sbandieratori non si placano. Abbiamo piena legittimità nel corteo, come tutti gli antifascisti, del resto. Ingegneria lo ribadisce nei suoi cori. Distribuiamo volantini anche ai bar e alle tavole calde. Via delle Botteghe Oscure, il Tevere. Le voci che si accavallano trovano una loro sistemazione topografica: si va al Ministero dell’Istruzione, non ci sono più dubbi. Lo si va a circondare. Viale di Trastevere è alberato e grigio. Ha smesso di piovere, ma s’è nascosto anche il sole. Piazza Mastai sulla sinistra, la fontana, il ricordo di Gianni Rodari. Meritiamo un scuola pubblica, la meritiamo per la forza che ci stiamo mettendo e perché non ci va affatto di dover innestare misture ogm sui ricordi dei bambini. Non ci va di legare i loro sogni al profitto, all’individualismo, al carrierismo, sin da subito. Questo sistema non avrà la nostra essenza. “Un po’ utopista il vostro volantino…”, ci comunica una signora. Lo leggiamo, lo facciamo leggere. Non ci pare. Abbiamo scritto che l’unica via d’uscita è il conflitto, radicale e senza concessioni al compromesso. Ed abbiamo aggiunto che la nostra ricetta, semplice e sintetica, non va limitata al solo mondo della scuola. Rompere gli argini, inondare l’intero campo del precariato esistenziale. Utopista? Speriamo di no. Al Ministero ci dedichiamo a sparare bengala verso le finestre. Dei ragazzi ci corrono incontro spaventati, come dinanzi ad un pesante attacco alla tranquillità del movimento. Le stesse scene sulla facciata principale, dove la polizia s’è schierata massicciamente, con gli scudi alzati. Pensavano al colpaccio, all’occupazione dell’istituzione. Sarebbe stato necessario. E non è detto che il futuro immediato non ci riservi colpi di coda. Maroni invoca pene severe per chi occupa. Sono sulla difensiva, ed è un bene. Ma il movimento rimane sfaccettato, composito. Ci sono margini di crescita, ancora. L’importante, dopo gli eventi di piazza Navona, era riaffermare l’aspetto politico della protesta, la centralità del progetto in luogo del semplice frastuono, sconfiggere i nemici nascosti, i nuovi conciliatori e quelli che si sforzano di appiattire, di depotenziare tutto. E qualche punto, in questa direzione, possiamo dire d’averlo segnato. Sfilando come siamo.
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08 Marzo 2007
Memoria labile: i fascisti ci riprovano
Il Comitato Promotore
C’è Alessandro Mezzano, “voce identitaria” della comunità perugina, polemista che pubblica per l’Insegna del Veltro di Claudio Mutti. C’è “il camerata” Adriano Rebecchi di Verbania, del Movimento Nazional-Popolare. E poi Rutilio Sermonti di Montecompatri, anch’egli del MNP, che ha da poco dato alle stampe il best-seller “Omaggio alla Rsi”. Alessio Borraccino, che cura il Calendario della memoria, coi nomi di 378 caduti della Repubblica sociale. Il professor Salvatore Bocchieri di Milano, presidente dell’Associazione Amici del Tricolore. Nicola Cospito, già sergente dei parà e responsabile della cultura del Msi, oggi insegnante di Storia e filosofia al “Seneca” di Roma e animatore della Fondazione Evola. Massimo Tirone, l’avvocato nazionalpopolare che su mandato di Luca Romagnoli ha inibito a Pino Rauti il nome e il simbolo della fiamma. Simone Perticarini, che a Fermo organizza concerti di rock identitario e convegni sul ruolo “anti-italiano” di Fini in compagnia di Gabriele Adinolfi. Celsio Ascenzi di Colli del Tronto (Mnp anche lui). Benito Sarda di Barrafranca, professore di grafologia ed “appassionato militante incline allo sberleffo e al dileggio”. Gennaro Sorrentino, che guida un nucleo di camerati di Pomezia in arditi volantinaggi astensionisti presso i locali mercati ortofrutticoli. Giuseppe Antonio Cuscunà, tra i firmatari di una fantomatica Coalizione Generazionale.
C’è nientepopodimeno che Paolo Signorelli, l’ideologo del socialismo nazionale, già militante di Ordine Nuovo e del Fronte Sociale, rinviato a giudizio per la strage di Bologna nel 1986 (successivamente assolto per non aver commesso il fatto) e condannato nel 1988 per “banda armata”. Antonella Ricciardi, singolare figura di giornalista-pubblicista, con articoli sparsi dal “Corriere di Aversa” a “Orion” e “Ordine futuro”, con al suo attivo interviste a personaggi del calibro di Erich Priebke, Adriano Tilgher, Roberto Fiore, Alessandra Mussolini, Stefano Delle Chiaie e Costranzo Preve. Carlo Infante, fotografo leccese e dirigente dell’Ugl. Diego Balistreri, organizzatore di feste d’area in quel di Ostia. Maurizio Canosci, già Socialismo Nazionale, di San Sepolcro. Enrico Viciconte, segretario del movimento neoborbonico. Filippo Giannini, architetto romano, fiero dei suoi trascorsi da balilla, già Msi, autore del libro “Benito Mussolini l’uomo della pace”. La signora Edda Porrovecchio, che manifestò a suo tempo l’intenzione di denunciare per tradimento gli operai “rossi” che durante la Seconda guerra mondiale si resero responsabili del sabotaggio di alcuni cannoni. Antonio Demengo, candidato per Alternativa sociale in Abruzzo. Ferruccio Rapetti, autore del volume “Ero un balilla”, in cui sostiene la tesi che Giovanni Pesce ammazzasse gente a tradimento per scatenare la guerra civile su ordine di Mosca e del Pci. Emilio Maluta, reduce della Decima Mas, apologeta di Borghese, uno che chiama “martiri” i repubblichini caduti. Carlo Boccadifuoco, libero professionista catanese, già firmatario di un appello in favore di Robert Faurisson, così come il pisano Benedetto Bargagli Stoffi. Mario Pellegrinetti, già segretario di una sezione di Uq nel 1945, già fondatore di sezione del Msi nel 1946, dal ’96 segretario provinciale di An a Lucca. Stelvio Dal Piaz, repubblichino a Salò ed ex-missino, ex-Fronte sociale nazionale, oggi As. Il professor Alberto Figliuzzi, autore de “Il negazionismo della libertà”, testo caldamente consigliato dai revisionisti italiani dell’Olocausto.
Giano Accame, repubblichino, giornalista, redattore de “Il Borghese”, relatore al convegno dell’Istituto Pollio del 1965 (cfr. Strategia della tensione) con una tesi sulla controrivoluzione dei colonnelli greci, direttore di “Area” con Alemanno.
Claudio Boninu, vicino a Fiamma.
Sergio Tau, regista televisivo con sintomatici interessi per la storia saloina ed autore – con Accame – di una collana di dvd sugli intellettuali di destra. Franco Morini, opinionista del superamento della dicotomia destra/sinistra. Claudio Mutti, professore, editore, fascista rosso, autore di “Nazismo e Islam” ed egli stesso maomettano. Giannetto Bordin, già espulso da Fascismo e Libertà, autore di “Spia del Buro Marine – Un balilla moschettiere nei servizi segreti tedeschi”. Il professor Danilo Zongoli, di Socialismo Tricolore. Paolo Del Prete, singolare dj romano studente di teologia, appartenente alla Milizia di San Michele Arcangelo. Gianni Donaudi, autodidatta del racconto ed articolista per riviste della destra radicale, di cui è possibile trovare alcune foto nelle quali – sicuramente per gioco – impugna un mitra.
Azione e Tradizione, movimento politico cattolico di Modugno (Bari).
Gli XenophiA, gruppo rock cristiano tradizionalista.
E ancora: il dottor Francesco Mancini di Civita Castellana. Giuseppe Corallo di Milano. Cataldo La Neve di Brindisi. Mario Picone dalla Germania. Alvise Zucconi di Roma. Agostino Fusar-Poli di Lodi. Fosco Guidi di Frascati. Francesco Di Lorenzi. Paolo Albanese. Giacomo Ciarcia di Livorno. Giampaolo Drochi dell’alessandrino. Stefano Sogari di Taranto. Paolo di Cristofaro, medico di Giulianova. Abriel Pirini di Ravenna.
Si definiscono “un gruppo di cittadini di varia estrazione politica e sociale (!), studiosi della storia e della cultura”. Si sono autoproclamati “Comitato Foggia città martire” (e non c’è neppure un foggiano). Chiedono che la città diventi simbolo della barbarie anglo-americana e Alleata. Chiedono un giorno – il 20 ottobre – per celebrare l’evento.
Altri si aggiungono in coda, man mano che avvertono il biosgno “umanitario” di rendere omaggio alle vittime civili.
Fascisti timidi
Ma se gli si chiede se sono fascisti (per quanto la cosa risulti dimostrabile con estrema facilità) – chissà perché – cominciano a girare in tondo come un dirigibile, o scartano di lato, deragliano su argomenti paralleli, tacciono fintamente disinteressati, fintamente superiori; o ansiosi rinfacciano all’interlocutore i silenzi sulle repressioni sovietiche degli anni Trenta o sulle foibe titine. In perfetto stile Rai Fiction.
Eppure quando socratici fanno scuola ai ragazzini riempiono il loro frasario di audacia da ultimo giorno e pensieri eterni, sottolineano – come mostrina del mantenuto onore – che se un uomo non è disposto a rischiare la propria vita per un ideale, allora non vale niente. Fieri dei cuori neri e di un passato che conoscono solo in contumacia. Ma come certi cristiani poco praticanti, è raro sentirli affermarsi per il sentimento di sé che ognuno di loro dice d’avere. Fascisti timidi, opportunisti, furbi, specchietto per le allodole e gli allocchi. Cos’altro?
Nell’estate del 1943 Foggia subì una serie di pesanti bombardamenti anglo-americani. È indiscutibile. Sotto le bombe e i mitragliamenti a bassa quota caddero moltissimi civili. Le cifre ufficiose, accettate come ufficiali dalla pigrizia intellettuale e dal conformismo politico di più d’una generazione di storici di professione, parlano di oltre 20mila morti (qualcuno arriva alla cifra di 22-26mila e riesce persino a ripartirli tra le diverse ondate d’attacchi). Una specie di campanilismo alla rovescia, da sempre, sbandiera ai quattro venti questo evento (e questi dati) come una sorta di vanto. Come se Foggia fosse stata prescelta tra tante per assurgere a simbolo di chissà cosa. Velleità di protagonismo, tipico risvolto umorale delle popolazioni mai salite sul palcoscenico della Storia maggiore. In realtà, di pari passo col dilettantismo della ricerca (molti nuclei familiari accorpati alla cifra finale del massacro risultarono in realtà semplicemente sfollate ma mai cassate dall’elenco presunto), gli eventi del ’43 hanno segnato – da sempre – il cavallo di battaglia di tutte le destre cittadine. La continua, costante, reiterata richiesta di riconoscimenti che dal Msi in poi ha contrassegnato negli anni schiere di neofascisti foggiani, non poteva che nascondere propositi riabilitativi. Sancire per decreto che anche gli altri, i “vincitori”, erano crudeli quanto i “vinti”, assegnava patenti di legittimità anche ai nostalgici del duce. Agli epigoni di quei foggiani (150mila, secondo stime anche qui traballanti) che l’8 settembre del 1934 affollarono le strade del capoluogo per poter gridare “A noi!” a colui che di lì a due anni si sarebbe fregiato del titolo di Fondatore dell’Impero. Un impero conquistato gasando le popolazioni civili etiopi.
Eppure a costoro, o alle genti jugoslave, i virgulti del Comitato – che scrivono Nazione con la N maiuscola – sembrano interessarsi poco. L’elenco di città martirizzate è rigorosamente italiano. Gli alleati – per loro – sono ancora tali solo tra virgolette. E nessuna responsabilità storica da accollare al fascismo dominante. Segni inequivocabili di revanscismo, piccole pose da guerrieri dell’onor perduto. Immersi nell’acido liquido della vischiosa propaganda qualunquista. Rintracciabili in controluce, come spie di un contrattacco complicato da affrontare. Se diciamo che i fascisti sono soliti indossare qualunque travestimento possibile – che possa renderli gradevoli all’olfatto dei contemporanei – non diciamo niente di nuovo. Ci stanno riprovando. E nel piattume di contorno, non è detto che non ci riescano. Del resto, se Foggia è medaglia d’oro al valor militare per non meglio circoscritti meriti resistenziali, è altrettanto possibile che diventi città simbolo dei vecchi e dei nuovi nostalgici. Un po’ come Hiroshima, come Dresda. Simbolo della violenza criminale degli anglo-americani come Coventry lo fu del terrore nazista. E tutti ad annuire. Come se l’elemento violenza fosse un elemento addizionale della guerra, e non il suo principale argomento dialettico. Come se il semplice esercizio della vendetta, della ritorsione, della carneficina non fosse equamente distribuito, allo scatenarsi degli istinti privati.
È dibattito usurato: in guerra vince chi fa più danno al nemico, senza scrupoli di sorta. Le ragioni e i torti risiedono altrove. Il codice etico è un optional. E che siano i fascisti a sventolare purezza sotto il naso dei “vincitori”, è altamente ironico.
Altrove
Nel febbraio del 2005, in occasione del 60° anniversario del rovinoso bombardamento alleato (35mila vittime), i neonazisti tedeschi hanno trascinato 5mila persone nelle strade di Dresda. Il più grande raduno esplicitamente neonazista dalla caduta di Berlino. Lo slogan della manifestazione era esplicito: “Il terrore alleato allora come oggi: Hiroshima, Nagasaki, Dresda e ora Bagdad. Non si perdona, non si dimentica”. Palese tentativo di sommare tematiche divergenti, inconciliabili, di spingere il frustrato sentimento identitario della passata grandezza imperiale verso le tematiche anti-occidentaliste e anti-imperialiste dei movimenti contro la guerra d’aggressione all’Iraq. Altrettanto palese tentativo di tracciare un parallelismo tra le vittime dell’eccidio della città tedesca e quelle dello sterminio razziale (un errore interpretativo destinato a grande fortuna nell’epoca del dogma del diritto umano e delle morti tutte eguali). Ma non è questo il punto. Quel che ci interessa sottolineare, per giocare di tara con le reazioni consuete del mondo politico/accademico italiano, è che la reazione della politica tedesca fu – nell’occasione – furente e senza margini d’ambiguità. “Non accetteremo che le cause e gli effetti vengano confusi”, ebbe modo di affermare l’allora cancelliere Schroeder. Ecco. Evitare confusioni strumentali, riaffermare le distanze. Caratteristica scontata in un Paese dilaniato dal senso di colpa per quanto è stato, dirà qualcuno. Certo. Ma anche tratto distintivo di un Paese che – pena l’immobilismo e l’implosione – è stato costretto a fare i conti col proprio passato recente, in maniera disincantata e radicale, fino a lambire gli ambiti del lecito e dell’illecito. I totem del riformismo liberale. Più d’una marcia neonazista è stata vietata in Germania, alle prese con una allarmante recrudescenza del fenomeno. Qui da noi, invece, nel Paese che deve le proprie istituzioni democratiche alla Resistenza antifascista, anche tra i più fedeli apologeti delle socialdemocrazie nordiche, permane un’incapacità strutturale di affrontare certe insorgenze. Prodotto tipico – si dirà – di una democrazia fragile che scambia la tolleranza per remissività (quando non indifferente disinteresse) e confonde la Carta Costituzionale col diritto di natura. Mancanza di coraggio e di coscienza, di dignità e di memoria, aggiungiamo noi.
Senza farci soverchie illusioni, senza la tentazione di fornire deleghe in bianco o assist a politici furbi e mestieranti, impegnati nella ricostruzione dell’imene. Il silenzio delle istituzioni, la concreta compiacenza dello Stato, il continuo moltiplicarsi di scadenze memoriali e celebrazioni di segno misto, non sono che aggravanti da tenere in debita considerazione. Dinanzi ai tentativi di pacificazione revanscista, ai fascisti più o meno timidi, ai voltagabbana senza onore e dignità, non resta che la diffusione della cultura antifascista e della pratica resistenziale.
* Primo estratto da "Plebe" n.25
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15 Novembre 2007
La coerenza sorprendente
A Gabriele Sandri, a Valerio Marchi
Sul sito di Repubblica c’è una sezione apposita: Saluti romani al funerale di Gabbo, si chiama. Per fugare embrionali empatie. RaiTre, dopo un’occasionale sferzata al conformismo dell’informazione a botta calda, per giorni ha sottolineato che gli incidenti seguiti alla morte del tifoso laziale sono stati egemonizzati (e forse pianificati e pilotati) da ultras di estrema destra. Di “neofascisti” (oltre che di recuperati “anarcoinsurrezionalisti”) hanno parlato anche i responsabili dell’ordine pubblico. A confermare ciò che ai più appare ovvio: nelle curve le destre trasformano il populismo in fascismo come l’acqua in vino. E la sinistra benpensante, chimicamente affine ai benpensanti di parte avversa, si copre di sdegno. Sente di non potervisi avvicinare. E illustra una tesi ovvia con l’aria sagace di chi scopre che il freddo porta a malanni bronchiali.
Secondo costoro è bene non mescolare l’indignazione e la rabbia derivanti dall’ennesimo morto ammazzato per un paio di “colpi in aria” di un tutore dell’ordine con la premeditazione, tutta politica, degli scontri del dopo. Per non finire catalogati come mussoliniani fuori tempo massimo, terzoposizionisti a caccia di consensi tra i ragazzini inviperiti. E avallando la versione che le piazze siano ormai apertamente in mano ai nostalgici della dittatura, sottoscrivono d’un botto tre tesi deliranti: quella cara a Roberto Fiore della destra radicale come unica opposizione, quella della magistratura per cui si trattano i fermati come terroristi in servizio effettivo permanente, e quella del ministro Amato secondo cui gli eversori dell’ordine democratico che s’annidano nei settori popolari degli stadi non aspettavano che una scintilla, un pretesto, per scatenare l’inferno. Tre errori madornali, tre istigazioni al suicidio politico, esplicativi oltre ogni dubbio della differenza di dna che intercorre tra noi e loro. Elitari, colti e imborghesiti, i nostri sinistri di facciata, incapaci per oggettiva distanza siderale di leggere un fenomeno, di coglierlo nella sua interezza, di valutarne le conseguenze. Dovremmo scrollarci di dosso simili filiazioni, se vogliamo sopravvivere alla montata lattea.
Rewind
Un ragazzo cade sotto i colpi di uno psicopatico in divisa che decide di dirimere una zuffa da autogrill prendendo la mira da cinquanta metri e centrando un’auto con quattro corsie d’autostrada in mezzo. È già successo. A Napoli si muore così in motorino, ai posti di blocco. E quando non succede proprio così, il dato non cambia. Ad Avellino si cade nel vuoto per sfuggire alle cariche d’alleggerimento, a Bergamo si crepa d’infarto dinanzi all’orda sbirresca in avvicinamento. A Verona, quando non si muore, si rimane in coma. Il dato, nella sua piana brutalità, meriterebbe tavole rotonde e dibattiti sociologici specifici dal tema: cosa si intende per ordine pubblico? Cosa si intende allo stadio per ordine pubblico? Ma invece di analizzare queste fantasmagoriche prove di self control degli osannatissimi servitori dello Stato, la tv italiana dà il meglio di sé per intere giornate, precettando tutti i volti noti dell’intrattenimento di bassa lega, tutte le soubrettine e i criminologi da bar sport. Si discute di violenza negli stadi, di giovani sbandati, di vuoto ideale. Si suggeriscono, si invocano, si pretendono atti restrittivi, repressioni, arresti di massa, scioglimenti di sodalizi. Cossiga si fa portavoce di quei nostalgici che rimpiangono la smitragliata nel mucchio. I leghisti lo innalzano sugli scudi (celtici). Prima ancora di appurare verità che potrebbero apparire scomode, la macina televisiva appiattisce l’opinione condivisa: massimo rispetto per le forze dell’ordine, massima ferocia punitiva per gli ultras. Gli ultras. Questi strani soggetti, questi vuoti a perdere, utili a spaventare l’uomo medio, il target di riferimento, l’ignobile medioborghese da elettrodomestico e pizza d’asporto. Come i rumeni, come i brigatisti, come gli zingari. Spettri in rapida dissolvenza, buoni per ogni occasione, ottimi per stimolare le ansie golpiste della nazione e i giri di vite umorali. Il fascismo teledipendente che allaga di pregiudizi di terza mano gli autobus urbani e l’agenzie delle entrate. Da sinistra non si abbozza nessuna analisi stonata, ci si allinea con gusto, si intonano i colori del pullover al manganellismo dominante. Si comprende la gravità di quanto accaduto, certo, si stigmatizza l’esagerazione mediatica, ma poi – a conti fatti – si torna a dipingere fantasmi sullo schermo. Bruti da galleria degli orrori, accertandosi di estrapolare il solo morto dal mazzo. Per italico rispetto al defunto. Ma dinanzi alle scene di guerriglia metropolitana della notte romana, o agli scontri di Bergamo e Taranto, prevale l’orrore. La ripulsa per la risposta irrazionale, lo scoppio di bile, la voglia di riscatto di chi vede nella morte di un tifoso l’ennesimo tassello di una guerra clandestina, sotterranea, a bassa intensità. Saranno vittimisti questi ultras arrabbiati, ma la loro reazione è assolutamente comprensibile. Nessuno scandalo. E dinanzi al quindicenne che sente di dover scaricare in adrenalina il peso dell’ingiustizia di una morte arrogante, la sinistra alza cartelli legalitari. Non sa che farsene, e lo spedisce dritto tra le braccia di quegli energumeni vestiti di nero, di quei fascisti che RaiTre e Repubblica ritengono i soli in grado di dar fuoco alle polveri della rivolta. La più classica fine da pompiere degli incendiari d’antan, che si perdono nei meandri dei distinguo quando gli si fa notare che le curve altro non sono che la risultante storicizzata di quanto accade nelle vie che le circondano. Che alla nullità, al vuoto ideologico e ideale, al rampantismo ottenebrato della sinistra di palazzo e di bottega non può che corrispondere il vuoto e il nulla. Domenica notte non è stata la prova di forza di una destra in gran spolvero. Nelle strade di Roma non c’era solo la rabbia forsennata (e giustificata) di quattro naziskin. C’era ben altro. Dell’altro che non riusciremo mai a focalizzare se ci ostiniamo a pendere dagli occhiali vintage di certa intellighenzia progressista.
La tesi
Non c’è bisogno di rispolverare gli ammuffiti comunicati di Radio Tirana sulla rivolta di Reggio Calabria. Né di ripercorrere a ritroso quanto già detto sul cosiddetto “fenomeno ultras” o sulle leggi d’emergenza vigenti negli stadi d’Italia. O di invitare allo studio attento delle sudate carte di un Valerio Marchi, o alle letture puntuali e documentate di un Emilio Quadrelli. E neppure di conseguire frettolose lauree in Antropologia culturale per comprendere che non esistono rivolte oggettivamente “fasciste”, doverosamente snobabili dopo etichettature pret-a-porter. Che una cosa è soffermarsi sull’humus, sulla qualità del terreno da cui fuoriescono i frutti acerbi della contestazione viscerale (e che può essere, e il più delle volte è, sgradevole come il guano), e altra cosa è comprendere che non esistono analisi che non includano nel novero delle ipotesi il nostro ruolo, che di antagonismo sociale ha il nome e la forma ma troppe volte non la conseguenza. La protesta di piazza ad uno stato di cose inaccettabile e indegno può sembrare “fascista” ai neofiti solo per abuso di bei propositi. Non si intercetta il malessere, anche il più motivato, anche quello più “alto”, in contumacia. E se si perdono di vista i gangli vitali della vita reale, i meccanismi che muovono allo sconcerto e alla conflittualità, ci si arrende ad una mesta agonia autorefenziale. Che può essere anche soddisfacente dal punto di vista intellettuale, come forma di nutrimento dell’ego. Ma è del tutto ininfluente (quando non dannosa) se si hanno ancora scopi e progetti collettivi. Bisogna scrollarsi di dosso i preconcetti mutuati dal video, le verità in usufrutto gratuito, le visioni dal fondo forgiate nei salotti della buona politica, utile e adulta. E tornare a quello che siamo: agitatori di situazioni, capaci di leggere un fatto dietro la coltre di nebbia delle saccenze intellettualoidi, oltre lo specchio deformante dei pareri strumentali.
Basterebbero le insorgenze securitarie, le vibrazioni repressive, le limitazioni poliziesche ventilate e attuate dopo l’omicidio di un ragazzo di ventotto anni, per comprendere che in ballo non c’è la libertà degli ultras di devastare le metropoli o di continuare a fare proselitismo razzista. Così come in passato non è mai stata in ballo quella dei rumeni di struprare mogli e madri di famiglia, o degli zingari di accamparsi in periferia e derubare gli anziani in metro. Ma il nostro stesso concetto di libertà, l’idea che ci siamo fatti circa l’edificazione di ghetti monoculturali ed etero-repressi, a due passi dalla nostra idilliaca sezione, dal nostro club privato, dalla nostra osteria o dal centro sociale sotto casa. Basterebbe una lettura con altri occhi di quanto avvenuto dopo la morte di Gabriele Sandri – dj di buona famiglia, tifoso della Lazio, animatore della Roma bene ed elettore di Forza Italia – per farci scegliere la nostra parte di barricata. Per spingere gli scettici e i puri a prendere posizione. Una posizione sorprendente, eppure culmine della coerenza.
*Plebe n.24, secondo estratto
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25 Luglio 2007
Padova, blitz all'alba. Sgomberato il Gramigna
Il Gramigna è stato sgomberato. Con un blitz all'alba, il Comune di Padova, aiutato dalle forze dell'ordine, ha ripreso lo stabile pubblico occupato dai ragazzi del centro popolare, un luogo noto per essere stato frequentato in questi anni da numerosi personaggi coinvolti poi nelle inchieste sulle nuove Br.
L'edificio, in via Retrone, nella zona di Montà, che una volta sede di una scuola pubblica, era stato occupato dai giovani del movimento antagonista nel 2001. Stamane lo stabile era vuoto, e le operazioni di riappropriazione da parte del Comune sono avvenute senza difficoltà. Più tardi una quindicina di giovani hanno inscenato una manifestazione di protesta, affiggendo uno striscione: "L'ennesimo sgombero del Gramigna in 20 anni di lotte non fermerà la sua resistenza".
I ragazzi del Gramigna, che avevano in gran parte già liberato dei propri oggetti e degli impianti lo stabile occupato, presagendone l'imminente sgombero, hanno annunciato per domani mattina un presidio nel centro città. "Lo sgombero era nell'aria - affermano i ragazzi - ma non ce lo aspettavamo così repentinamente. E' chiaro che si tratta soprattutto si un'operazione mediatica. Alla fine il sindaco Zanonato doveva legittimare in qualche modo la scorta che si era autofornito".
Recentemente il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, aveva presentato una denuncia alla magistratura per chiedere che la sede del Gramigna potesse tornare in mano pubblica.
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06 Aprile 2007
Discovery fatale
Una camionetta della polizia in retromarcia. Un urto. Poi l'ispettore si accascia. Dal verbale di un agente forse una nuova verità sulla tragedia di Catania Giallo Raciti in curva Nord.
Il Discovery della polizia si muove in retromarcia per sfuggire all'inferno di pietre, fumo e bombe carta scatenato dagli ultras catanesi. Poi, un botto improvviso sulla vettura. In quel momento l'ispettore Filippo Raciti si porta le mani alla testa e si accascia. Due colleghi lo adagiano nel sedile posteriore del fuoristrada; l'ispettore si lamenta dal dolore e non riesce a respirare. Potrebbe essere in questo racconto, nel verbale redatto il 5 febbraio scorso alla squadra mobile di Catania, la soluzione del 'caso Raciti'', l'ispettore di polizia morto dopo gli scontri con i tifosi durante il derby Catania-Palermo del 2 febbraio.
A raccontare è l'autista del fuoristrada, l'agente scelto S. L., 46 anni. È lui che ricostruisce dettagliatamente quella giornata di follia: dall'arrivo dei pullman con i tifosi del Palermo sino agli ultimi momenti di Raciti. Il passaggio più importante del verbale va collocato intorno alle 20,30. Più di un'ora dopo il presunto contatto con gli ultras di fronte al cancello della curva Nord e a partita appena conclusa, mentre fuori dallo stadio continua la guerriglia. Rivela S. L.: ". In quel frangente sono stati lanciati alcuni fumogeni, uno dei quali è caduto sotto la nostra autovettura sprigionando un fumo denso che in breve tempo ha invaso l'abitacolo. Raciti ci ha invitato a scendere dall'auto per farla areare. Il primo a scendere è stato Raciti. Proprio in quel frangente ho sentito un'esplosione, e sceso anch'io dal mezzo ho chiuso gli sportelli lasciati aperti sia da Balsamo che dallo stesso Raciti ma non mi sono assolutamente avveduto dove loro si trovassero poiché vi era troppo fumo. Quindi, allo scopo di evitare che l'autovettura potesse prendere fuoco, mentre era in corso un fitto lancio di oggetti e si udivano i boati delle esplosioni, chiudevo gli sportelli e, innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. In quel momento ho sentito una botta sull'autovettura e ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra insieme a Balsamo portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo e ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra". Raciti viene adagiato sul sedile e soccorso da un medico della polizia.
L'ispettore muore per la manovra imprudente di un collega alla guida del Discovery? A ipotizzarlo, dopo avere letto il verbale, è adesso la difesa dell'unico indagato, il minorenne Antonio S. arrestato pochi giorni dopo gli scontri, e accusato dell'omicidio. Scrive il medico Giuseppe Caruso, nella consulenza di parte: le fratture delle quattro costole dell'ispettore e le sue lesioni al fegato sono compatibili, "con abbondante verosimiglianza, con il bordo dello sportello di un fuoristrada o dello spigolo posteriore di un identico autoveicolo".
Si potrebbe ribaltare dunque lo scenario proposto dalla polizia e dal pm della Procura presso il Tribunale per i minorenni, Angelo Busacca, che accusano il giovane di avere scagliato, con altri, un pezzo di lamiera contro un gruppo di agenti, tra cui Raciti, che tentavano di proteggere i tifosi del Palermo. Un gesto compiuto, come testimoniano le riprese video, tra le 19,04 e le 19,09. La partita giudiziaria ora si gioca sul terreno medico-legale. A sostegno della nuova richiesta di scarcerazione per mancanza di indizi del minorenne gli avvocati Giuseppe Lipera e Grazia Coco hanno depositato la consulenza di Caruso che demolisce le considerazioni del medico-legale del pm, Giuseppe Ragazzi. "La frattura delle coste, a maggior ragione quando le coste fratturate sono diverse", scrive Caruso, "comporta dolori lancinanti e difficoltà respiratorie immediate e non consentono, a chiunque, lo svolgimento delle normali attività fisiche". Come ha fatto Raciti, dunque, si chiedono i difensori, a fronteggiare gli ultras catanesi, dalle 19,08 sino alle 20,20, con quattro costole fratturate e un'emorragia al fegato senza avvertire dolori? La risposta è affidata a una nuova consulenza medico-legale collegiale, che gli avvocati hanno chiesto al gip Alessandra Chierego, con "esperti di chiara fama, non escludendo l'ipotesi di dovere chiedere la riesumazione del corpo dell'ispettore". Oltretutto Raciti, dopo le 19,08, ha continuato il suo lavoro senza problemi, come testimonia il suo collega Lazzaro: "Mentre eravamo in macchina non ho sentito Raciti lamentare dolori o malessere". Dopo due mesi di indagini della polizia di Catania ora il caso Raciti è affidato ai carabinieri del Ris di Parma: i risultati della nuova perizia si conosceranno entro un paio di mesi.
da "L'Espresso" - 5 aprile 2007
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03 Aprile 2007
La Spezia: scritte contro Vaticano in emittente cattolica
Sono comparse questa mattina scritte contro il Vaticano su un pulmino di Tele Liguria Sud di La Spezia, televisione comunitaria che appartiene alla Curia vescovile spezzina. Ignoti con una bomboletta spray hanno scritto "No Vaticano, "Cloro al clero" e il simbolo anarchico.
Il pulmino impiegato come regia esterna era parcheggiato a pochi passi dagli studi dell'emittente davanti alla Cattedrale spezzina di Cristo Re. L'emittente nata nel 1977 come televisione parrocchiale e' attualmente sotto il controllo della Curia spezziana ed e' una delle emittenti piu' seguite della citta'. Durante il giorno oltre ai programmi locali trasmette il segnale di Sat 2000.