plebeblob


18 Marzo 2007


Alle urne

sul concetto funebre di popolo)

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro?


“Sono tutti uguali”. “Una massa di ladri, di egoisti, di parassiti”. E chiudiamola qua. “Questa volta il mio voto se lo sognano”. Certo, la tentazione è forte. Ma non è che il risvolto più esterno, esteriore, di un’assenza. L’assenza di protagonismo. La disabitudine alla partecipazione. L’atavico retaggio di un popolo minuto tenuto a stecchetto, lontano dal potere tanto da non prenderlo più neppure in considerazione, succube com’è di un meccanismo di sudditanza che ha alimentato corporazioni e amministrazioni, piccoli feudi e satrapie personalistiche o familiari. I potenti che si irridono con la satira degli schiavi, ma nei confronti dei quali ci si continua a scappellare, un secolo dopo i braccianti di Di Vittorio. Niente di nuovo: il pubblico è di qualcun altro perché nessuno – tra il pubblico pagante – s’è mai sentito così. Pubblico. Orfani congeniti di qualsiasi interazione con i ceti dominanti e con quelli deputati all’amministrazione, saltuariamente convocati pro-forma alla danza dei ricchi e dei mercanti, la nostra gente s’è fatta strumento imbelle del clientelismo. Che è borbonico quanto sabaudo. È dei Comuni come delle Signorie. Da che Italia è Italia. Si, sono tutti una massa di sporcaccioni, di depravati, di rubagalline, di corrotti corruttori, di concussi concussori. Ma il giudizio del volgo è monco. È sintesi e sublimazione d’impotenza, di sottomissione, di frustrazione. In alcun caso di riscossa e autonomia. In nessun frangente passo avanti nella coscienza di sé.

Quegli altri, di loro, si impegnano da morire. C’è da riconoscerglielo. Attori consumati, avvezzi ad una luce della ribalta talmente monocorde e monotematica da non sapere più cosa inventarsi. Eppure riuscirci. Come certe trame di certe fiction Rai in onda da più di dieci anni. Nonostante abbiano esaurito l’intero filone narrativo. Basta osservare le mutazioni per rendersi conto della grandezza degli sceneggiatori occulti del parlamentarismo spinto. Dapprima il governo tecnico, a mostrare spudoratamente che i veli della politica altro non sono se non un’inutile orpello ritardante rispetto all’agire dei banchieri e dell’alta finanza. Come immaginare un ricettatore che, stanco d’attendere il furto commissionato, mette su il passamontagna e s’infila in pinacoteca. Attrezzi alla mano. Perché anche i furti avvengono con meno destrezza di una volta. Poi, una volta smascherata l’intrinseca inutilità, la vorace ridondanza, la cacofonia strutturale della politica e del suo intero carrozzone – che vive d’apparati e leggi interne come le caserme ai tempi della leva obbligatoria – la gran faccia di bronzo di tornare sulla scena come niente fosse. Come se questo fosse stato un interregno in fase rem. È come se Woytjla avesse chiesto di dimenticare il terzo segreto di Fatima dopo averlo rivelato. Come se Colombo avesse ricoperto l’America. Ma, ammesso pure che per certi spettacoli d’avanspettacolo il pubblico resti fedelissimo – del resto: c’è gente che ancora va a vedere i film di Dario Argento decenni dopo Profondo rosso – l’imponenza dell’inganno diventa manifesta allorquando ci si domanda, alla luce degli schieramenti elettorali, dei due centri alternativi a Monti, con quale maggioranza miracolosa quel grigio tecnocrate sia riuscito ad andare avanti per tutto questo tempo. Prima tutti responsabili al servizio dei broker. Ora: “Levati dai coglioni che noi di questa cosa ci campiamo”. Affascinante. La sicumera di chi può permettersi ogni affronto. Anche quelli alla logica. E il rimescolio delle carte. Da Vendola a Storace, ad incastri casuali, random nel senso più compiuto del termine, con le liste bloccate (non sia mai che l’elettore decidesse di stupire l’apparato convergendo sul nome di un riempilista) e la sorpresa scandalistica dietro l’angolo. Dai guitti alle puttane, dagli intrattenitori ai puttanieri, tutto fa brodo nell’inganno dell’abuso. Coi programmi in secondo, terzo piano, e il primo piano ossessivo dei candidati nei programmi. Alla fine della giostra: un oliato meccanismo di disvelamento. Un modo come un altro, plateale più di altri, per mostrare il re nudo come un verme. Con l’orgoglio della nudità. Senza più timori reverenziali. Senza più l’obbligo di darsi un tono, una faccia, un ruolo. Di farsi credere da chi non crede più. Ma gli asini non devono credere nella mola. Devono spingere e basta. E questi spingeranno anche stavolta, puntando gli zoccoli sulla forza alata della lamentela.

A meno che, a chiamata, non votino Grillo. Non votino, cioè, l’antidoto al male della disaffezione da urne. Realizzato, sperimentato e brevettato dallo stesso laboratorio del virus. Non decidano di accorrere ad onorare il tribuno che ha promesso alle proprie schiere il più innocuo, gradito, tranquillizzante degli ammutinamenti. Il più placido tra gli ammaraggi. Perché si, la retorica scontata – quella del “senza peli sulla lingua” che strappa sorrisi rancorosi ai cittadini che non hanno fiato per rispondere ad alcun abuso, a quelli che pensano che anche per alzare la voce bisogna essere ricchi e famosi – il populismo furente dei “Vaffanculo” dispensati a raffica larga, l’equiparazione livellatrice di tutti gli altri contendenti – liquidati spesso con una battuta o il semplice storpiamento del cognome, che sbellica le plebi più della puntuale argomentazione critica – sono armi potenti per scalare la Cima Coppi dei consensi. Un popolo muto e disorientato, del resto, è un branco di sardine in un secchio. Facilmente impressionabile. Ma affollarsi attorno ad un predellino di macchina su cui s’erge il salvatore della patria è inerte delega, anche se ci si sbraccia in “Olé” o ci si spella i palmi delle mani dagli applausi. Indipendentemente che sul predellino ci salga Mussolini, Stalin, Eltsin o Berlusconi. È il segmento dell’impotenza popolare che – come la follia con metodo – più è affine alla sconfitta. Perché non c’è nessuna stasi tanto immobile quanto il falso movimento. E Grillo è un falso movimento per definizione. Per tematiche legalitarie, giustizialiste, forcaiole. Peggio di Travaglio e della sua accolita di sbirri progressisti. Per moralismo. Per ambiguità. Per impalpabilità di programmi. Che, come per Bersani e Casini, non servono a muovere un solo voto. È navigato, il nuovo politicante. Sa che, nella società dello spettacolo, conta la pianificazione dell’improvvisazione. Una rude artefatta schiettezza che nasconde il marketing. Il segreto d’ogni Bair witch project che si rispetti.

Ma allora, a questo punto, una volta scartato il tecnico; una volta scartati i politici ladri ed equipollenti; una volta scartato quello che sbraita che i politici sono ladri equipollenti – direte – cosa resta al cittadino per far sentire la propria voce? Serve diventare cittadino, anzitutto, verrebbe da rispondere. Ma giacché non siamo qui a fare gli alchimisti in contumacia di materia prima, azzardiamo un programma di minima. Noi non voteremo. Ma non perché Bersani non intende tassare i patrimoni, perché Vendola è in fissa coi matrimoni gay, perché Casini c’ha la forfora e Fini puzza. Ma perché crediamo nell’autonomia organizzativa degli individui. Crediamo che ogni sacchetto di monadi, se ben agitato, possa diventare una collettività strutturata ed incisiva. Perché riteniamo che assecondare quel che un tempo si chiamava Stato borghese con l’illusione della partecipazione telecomandata sia complicità eccessiva, filosoficamente più sottile che non il semplice sapere di vivere nel Capitalismo. E non nell’altrove dei folli. Quindi: non voteremo perché non votiamo mai. Non abbiamo votato quando i prodiani ci dicevano che facevamo un favore a Berlusconi e quando i berlusconiani ci dicevano che facevamo un favore a Rutelli. Perché a noi di Prodi, di Berlusconi e di Rutelli ce ne passa per il cazzo, come dicono in Franciacorta. La nostra è un’idea di società basata sulla responsabilizzazione, sulla disciplina libertaria dei nuovi proletariati e incompatibile con l’esercizio della delega. E ok. Ma se non fossimo così. Se fossimo un tantinello più “normali”. Se non avessimo il cervello inzuppato di tante fisime. Se fossimo come quelli che sbraitano contro l’Imu (a giusta ragione, tra l’altro), che smadonnano contro la Telecom privatizzata, le Autostrade di Benetton, gli Ospedali che non funzionano, le Scuole che cadono a pezzi, gli operatori della Wind, di Fastweb e di Infostrada, i kebabari e il figlio di Renato Pozzetto nella pubblicità del Compro Oro; se fossimo voi, in sostanza, allora beh: ci riprenderemmo i partiti. Perché, inutile girarci attorno, non c’è altro mezzo. La democrazia rappresentativa, questo scenario di tronfi circensi, si esercita in una piramide a caduta libera. In fondo, in basso, c’è questo accampamento – sempre meno capillare – di sedi e sezioni, di simboli astrusi e vuoti ai muri e di tag accanto. Bene, fossimo in voi, ci entreremmo. In massa, in un giorno qualsiasi. Così, per fare la polvere negli angoli. Per rimuovere le ragnatele. Per dare un’occhiata al Quarto stato asportato dalla sede del Psdi. Per trovare una sedia di legno o di plastica dove mettersi a sbraitare, come la bizzarra umanità di Hyde Park. Come la bizzarra umanità che siete. Eh già, senza offesa. Ma voi come definireste gente che protesta contro un elettrodomestico che non può, per sua natura, udirvi? Nell’Ottocento vi avrebbero rinchiusi, convenite? Allora, perso per perso, riprendetevi quelle strutture. Smadonnate in un contesto di mura a secco dove, dopo un po’, i vecchi marpioni che vi chiedono il voto (e a cui lo concedete, di solito, puttani!) dovranno porsi il problema della vostra presenza. E magari preoccuparsene in vista di quelle burle di congressi concentrici e ascendenti come i gironi di Dante. Date fastidio a loro invece di perdere tempo su Facebook. Interessatevi. Magari per un po’ sarà più il cruccio di dover finanziare certi organismi putrescenti a infastidirvi, ma poi – come si dice per i cuccioli di pastore tedesco – sarà tanto l’affetto e la soddisfazione che vi darà il partito, l’idea perversa di metterne a repentaglio gli equilibri consolidati (i partiti oggi sono, nelle basse sfere, più elitari e familistici dei Circoli Unione di una volta). Bando alle ciance: la democrazia finta si basa sulla finta organizzazione delle masse. Non è mica una scoperta. Voialtri, se proprio non ce la fate a tenervi lontani dai seggi, allora prendetevi il palcoscenico della recita. Come comparse, da principio. E organizzate le comparse, come a Cinecittà. Potrebbe venirne fuori una bella vertenza. Altrimenti, occhio agli sguardi dal passato. La gente che urla improperi contro un ammasso di circuiti non è particolarmente ben vista dagli avi.


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30 Dicembre 2007


Il Premio al Fallimento



Se pensate che a Foggia siano eccellenti le politiche sociali e quelle abitative, che lo sviluppo urbanistico sia equilibrato e non speculativo, che i servizi siano efficienti, che le politiche per la cultura e lo sport siano adeguate, che asili e scuole facciano invidia a quelle scandinave, allora siete tra quei cittadini che ritengono giustificato un premio di 929mila euro per i tredici dirigenti del Comune di Foggia. Se invece siete circondati da immondizia nonostante tasse sui rifiuti esorbitanti; se avete una casa e la vedete tassata come una reggia della Loira; se osservate una città affogata nel cemento, consegnata a palazzinari senza scrupoli; se siete precari senza reddito e senza padrino e avete negli anni visto ingrassare di raccomandati i carrozzoni pubblici – Amica, Amgas, Ataf, Federico I – se avete tirato la cinghia fino a strangolarvi “perché c’è la crisi e bisogna fare economie”, allora sarete con noi nel definire quei soldi dati a tredici dipendenti del Comune come una vergogna che grida vendetta.

Lorsignori – Affatato, Biagini, Delle Noci, Di Cesare, Dragonetti, Fazia, Festa, Mansella, Masciello, Paglia, Ruffo, Stanchi, Taggio – sono quelli che dovrebbero sovraintendere e far funzionare la nostra città. Ma se la città sembra appena uscita da una guerra, se solo qualche giorno fa è stato evitato il dissesto grazie a un prestito, che avrà ulteriori ricadute sulle tasse, sulla qualità e quantità dei servizi per i cittadini dal prossimo anno, come si giustificano quei soldi? 700mila euro sono la parte di salario accessorio dovuto al ruolo ricoperto di dirigente. Tutto secondo norma, tutto secondo legge. In battaglia un ufficiale corresponsabile di aver ridotto allo stremo la città sarebbe degradato sul campo. Questi capi settori invece non solo raddoppiano lo stipendio per l’incarico di responsabilità. Ma vengono ulteriormente premiati con altri 200mila euro, un “premio”, per “i risultati conseguiti nel corso dell’anno”. Una presa per il culo controfirmata da una determina dirigenziale.

Ignoto è il meccanismo e soprattutto l’organismo – si suppone terzo – che ha certificato questa lauta promozione. Così mentre i precari della pubblica amministrazione rischiano di restare a casa dal 31 dicembre, questi garantiti sono omaggiati con migliaia di euro da un Comune in dissesto. Altro che spending review: l’unico disegno politico è sempre e solo quello di abbattere le poche tutele sociali rimaste. E forse è proprio questo il senso del premio in denaro: gratificare questi potenti colletti bianchi che stanno mettendo in atto la liquidazione coatta del welfare, spingendo una sempre più larga fetta di cittadini ad arruolarsi in quell’esercito di riserva di disperati alle prese con il ricatto capitalista: lavorare a qualsiasi condizione o morire. Nel silenzio complice, ruffiano, dell’intera sfilza dei partiti in parata. Nell’immobilismo dei sindacati. Senza più alcun paracadute o servizio di assistenza dallo Stato.

Zero fiducia nella delega, Riprendiamoci la città.

Lp/Cpo Jacob


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14 Settembre 2007


L’ideologia del Trullo


Un tempo pensare alla Puglia significava pensare ai trulli. Da San Trifone a Surbo, non c’era scaffale di autogrill che non avesse un kit di miniature-ricordo. Poche migliaia di lire per un simbolo. Dalle bancarelle dell’Incoronata ai mercatini prossimi ai lidi adriatici, quando ancora il Salento era una regione misteriosa. Al pari dell’Ossezia. Quando al mare si andava in Fiat 127 o in 850, la domenica mattina, con l’ombrellone da casa e panini nella carta stagnola. E sul Gargano gli ecomostri intercettavano i tedeschi dal Marco forte. Il trullo di ceramica era un simbolo, certo. Artatamente unificante, tranquillizzante e primigenio, nell’epoca dell’imperante cultura da Mulino bianco. Ma era un simbolo neutro. Un bene pezzotto, in sostanza. Paccottiglia per turisti, come l’aria di Napoli, la gondola di Venezia, il carretto siciliano o i pezzi del Muro di Berlino. Nelle sue venature grossolane, nelle pieghe dei colori vivaci, non c’era altro che materiale grezzo e vernice. Nessun percorso. Nessuna narrazione. Nessun rimando. Nessuna astrazione. Solo ceramica a basso costo e vernice ad acqua.
Dalle nostre parti non ci sono trulli. Per incappare nel primo bisogna mettersi in macchina e oltrepassare, come Varrone, il sacro confine dell’Ofanto. E scendere a sud, tra le Murge. Non meno di un’ora, in sintesi. Per goderci, da pugliesi, le unità abitative che nel mondo rappresentano la Puglia. Per bearci, da estranei, della nostra appartenenza regionale. Molti sostengono che la colpa sia nostra. Da Bari in giù ci guardano come animali strani. Semi-pugliesi come semi-campani, semi-molisani e, per associazione, semi-abruzzesi. Una disappartenenza militante. Uno scherzo della storia. I nostri avi, lo dicono gli annali, consideravano la Dalmazia più vicina di Barletta. Per i pugliesi siamo irrazionale (in quanto sconosciuta) gente dell’estremo nord. Come gli Scozzesi per il Plantageneto. E questo lo ammettiamo: siamo noi ad essere poco Pugliesi. Ma nessuno di noi ha fatto storie, negli anni Ottanta, allorquando il trullo è stato proclamato, dalla lobby dei ceramisti, il simbolo della nostra area geografica. Nell’epoca d’oro della dipendenza dei polentoni da chincaglieria dozzinale, kitch e mal verniciata. Nessuno di noi ha troppo vivacemente protestato neppure quando era chiaro che molti milanesi credevano davvero che noi vivessimo in un coso come quello. Ma erano gli anni Ottanta e c’era altro a cui pensare. La Guerra Fredda, Craxi, Telecapodistria. Il trullo era come con Pulcinella. Un simbolo vuoto.

Poi è venuta l’invenzione della tradizione, come la definirebbe Hobsbawm. L’improvviso fiorire di quel che gli storici definirebbero Mitomotori. Il trullo di ceramica non è più stato una carabattola. È diventato un manifesto programmatico. Il congiungimento metafisico del passato remoto col futuro prossimo. Un’idea che si è fatta ideologia e che rimanda ai nostri nonni nell’aia, al calar della sera, quando le stagioni erano regolari e la vita più facile e schietta. Un transfert alla semplicità genuina dell’esistenza contadina. Una chitarra, un tamburello, e via! Alle spalle il latifondo, il colera, il bracciantato obbligatorio, la leva e le guerre, la mortalità infantile e i morti ammazzati durante i moti del pane. Al demone dell’oblio la discriminazione femminile, lo sfruttamento, l’analfabetismo, il lavoro minorile, la prostituzione. Su Telenorba hanno chiamato persino Nathalie Caldonazzo per condurre una trasmissione di balli in costume. E così tutto è scomparso, si è eclissato, nel nome del Trullo. E di quel che, da qualche anno a questa parte, è chiamato a rappresentare. Una narrazione. Una storia. Falsa, ruffiana e ingannevole. Eppure ammaliante. Nel Trullo è compressa la nostra memoria d’Arcadia. Un intero itinerario magico, percorso dei saperi e dei sapori. Per estensione applicabile al Primitivo di Manduria, agli ulivi secolari, al carciofo di Orta Nova, alle spiagge incontaminate, alle torri normanne, ai faraglioni carsici, alle fattorie-fortezza, al mito svevo, alle chiese di campagna e ai percorsi della via Francigena meridionale. E, ovviamente, agli infiniti arrangiamenti di quelle dieci canzoncelle popolari che hanno dato vita al fenomeno del Tarantismo. Pizzica tarantata, chitarre battenti, tamburelli col volto del Che. E di contro, tarantelle garganiche, folk festival come focolai nelle notti estive, danze di scherma e di corteggiamento che si tramutano in balli di gruppo per lombardi in ferie. Mitomotori, si diceva, di un idillio che non c’è. Tradizioni talmente radicate che, fino a dieci anni orsono, nessuno le conosceva. E men che meno le praticava. Neppure Ernesto De Martino, probabilmente, immaginava che scrivere un’opera antropologica sull’isteria collettiva di plebi che danzano fino allo sfinimento per liberarsi del veleno d’un ragnetto, sarebbe diventato il volano di uno sviluppo commerciale parimenti isterico.

Ma c’è da fare ordine. Perché finché si tratta di mercato, di partite doppie, di mastrini, di mera ragioneria, di guadagni e di business, va pure bene. Lo si dice da una vita, malcelando finanche una certa invidia: il Salento ha saputo fare sistema. Dalla chiesetta di Galatina ai borghi bianchi terrorizzati dai pirati saraceni, dall’enogastronomia ai sound system sulla spiaggia, il Salento ha saputo inventare un marchio, un brand. E per reggerlo ha dovuto impiastricciare una mitologia conseguente. Una placenta onirica, immateriale, entro cui contenere e proteggere le ragioni reali dell’operazione: lo sviluppo economico di un territorio. Da questo punto di vista, i Centri studi sulla danza e sul folklore non sono che ammennicoli utili allo scopo. Ancora tollerabili. Ma la questione – è sotto gli occhi di chiunque abbia compreso di cosa stiamo parlando – s’è complicata col passare degli anni. Dalla fine degli anni Novanta, minuto più, minuto meno. Allorquando l’orda barbarica delle genti in cerca delle origini ha cominciato a calare dal Nord Europa, con la disperazione dello sradicamento in testa e le tasche piene di moneta sonante. E ha preso a battere sulle mura invisibili della Grecìa. Chiedendo solo di ballare fino allo sfinimento per ritrovare sé stessa. Pagando, s’intende. Così, sotto i colpi di questa massa imponente e pretenziosa, come spesso accade, qualcuno ha cominciato a barcollare. Finendo per prendere sul serio le proprie teorie inventate. E, ai primi vagiti del nuovo Millennio, le scuole di pensiero e di ballo, i centri di differenziazione, studio e specializzazione, sono fioriti come i cento fiori di Mao. Con la finalità di rendere reale un universo simbolico che si è preteso arcaico pure dinanzi all’evidenza. La Notte della Taranta, vera e propria Woodstock di questi spossessati, millantata come una specie di usanza millenaria, non è in grado di vantare un’edizione nel 1997. Semplicemente perché non esisteva. Non era – come diciamo noi rozzi scozzesi quando vogliamo denigrare gli ultimi arrivati – a calendario. Il che non toglie nulla alla sapienza mercantile dei Salentini. Ma molto, troppo, dice dell’ideologia amministrativa che regna in questa regione, “ponte fra Oriente e Occidente”, da almeno un decennio. Una mania per la suggestione, per la rappresentazione, che ha il suo massimo filosofo e principale interprete nel governatore della Regione, Nichi Vendola.

Vendola è l’ispiratore occulto di tutto il falso che ci circonda. Di ogni ruffianeria, di ogni proiezione, di ogni illusorio sogno riguardante la Puglia felix. Di ogni pièce teatrale, di ogni pellicola cinematografica, di ogni video musicale, di ogni spot televisivo, che ha come protagonista un elemento caratterizzante e reale della regione alchemicamente trasformato in totem del Mito. E che del Mito si rende funzione. Dal 2005 – anno di grazia dell’ex numero 2 scissionista di Rifondazione e dei tredici capitoli del Programma che vedevano la “Cultura” al primo posto tra gli interventi urgenti – ad oggi, troppo lungo e noioso risulterebbe l’elenco dei momenti pubblici in cui si è snodata la politica di rilancio d’immagine della Regione. Restyling basato sulla cartolinizzazione del paesaggio e delle genti. Dal 2005 ad oggi non si contano più i set cinematografici, le location promozionali, i collegamenti da questa o quella spiaggia per questo o quel format d’intrattenimento televisivo. Che hanno avuto come protagonista la Puglia immaginaria, la Puglia vendoliana. Molto più che venti anni orsono, oggidì c’è gente portata – al solo sentir nominare la Puglia – a figurarsi paesi d’un bianco lancinante, premoderno, dove i tempi della vita scorrono placidi, nel rispetto delle tradizioni secolari. Posti fatati dove donne avvolte in leggiadri scialli neri preparano instancabilmente orecchiette sull’uscio di casa; dove a sera si danza per evocare divinità pagane, che sincreticamente riescono però a convivere col cattolicesimo delle origini. Luoghi magici ed esoterici al pari di Castel del Monte, che offensivo risulterebbe definire un semplice maniero di caccia edificato su un pantano sterminato. Nell’estate del 2008, Caparezza lanciò sul mercato discografico il suo Vieni a ballare in Puglia. Un pezzo ironico e tagliente. Una critica alla superficialità dei giudizi, alla politica dell’usa e getta, all’opportunismo commerciale di chi ritiene normale nascondere il marcio sotto i tappeti per non rovinare l’atmosfera bucolica ai visitatori. La polemica che ne seguì fu feroce e paradossale, ma servì a scoprire i nervi tesi di una vecchia regione alle prese con le sue calzette rosse. Col lifting amministrativo. Alzarono la voce i sindaci, i podestà e i consiglieri di minoranza. Chiesero che il soggetto non fosse più invitato ad alcun festival pubblicamente irrorato in quanto colto in palese alto tradimento. Ma i vendoliani, notoriamente più navigati in questi ambiti delle tremebonde cariatidi, seppero uscire dalle sabbie mobili. E rovesciando concettualmente il testo della canzone, depurandolo a semplice sfogo, a ballata pizzicata, in ossequio al detto per cui bene o male l’importante è che se ne parli, ne fecero lo stendardo della Pugliesità. Da allora non c’è iniziativa promozionale che non amplifichi il ritornello di quella canzone. E non c’è serata dove, dal riconoscimento delle prime note, il pubblico non si scateni in una irrefrenabile, artificiosamente ancestrale, indotta, voglia di danzare all’uso degli antichi. Una follia. Pilotata, certo, ma pur sempre follia.

E c’è di più. Il passare del tempo ha forgiato epigoni. Vendoliani più vendoliani di Vendola stesso. Una genia di “creativi” – registi, fotografi, pubblicitari, musici, grafici, teatranti, saltimbanchi – che, motivati e remunerati, applicano alla lettera il nuovo comandamento: far apparire la Puglia un luogo fiabesco ed appetibile, una Disneyland con le cime di rapa al posto della polvere di fate, coi trulli al posto delle torri di Neuschwanstein. Ultimi due esempi in ordine cronologico: il video di Non vivo più senza te di Biagio Antonacci e il film Effetto paradosso di tale Carlo Fenizi. Nel primo, girato dal veronese Gatano Morbioli tra Torre di Lido Pizzo e Lido di Punta Suina, si possono ammirare decine di bellezze femminili che ancheggiano al ritmo maliardo del tormentone estivo, con movenze ed orpelli che dovrebbero evocare – ed evocano – la sensualità arcana, selvaggia eppure tanto fashion, delle tradizioni dell’estremo Sud. Nel brano, che cita esplicitamente la regione e i suoi usi presunti, si parla di tradimenti amorosi tipici della bella stagione e si rappresenta il Salento come una sorta di oasi-altra, di enclave dove la magia è pilastro portante, fondante, di una civiltà ancora legata alla materialità. Una Transilvania dei sensi. E, alla fine, c’è anche spazio per un freestyle di pizzica, con l’immancabile Santo Paolo, per i passi di una danzatrice sullo sfondo di una torre a mare, e per il logo della Puglia Promozione, ente generato e potenziato da Vendola il quale, non abbiamo dubbi, avrà sborsato qualche bel soldino pubblico per trattenere l’Antonacci sulle nostre sponde natie. Gonfiandoci d’orgoglio. Nel secondo caso, il film di Fenizi girato ad Orsara di Puglia, prodotto dalla CPM con il patrocino dell’Apulia Film Commission, e di cui si conosce al momento solo il trailer, la Puglia diventa lo sfondo di un pastrocchio dilettantistico e mal recitato che, dalle premesse, ricorda più Maccio Capatonda che l’innocuo Pieraccioni, con le sue caratterizzazioni da strapaese senza velleità di forma. Un Benvenuti in Puglia dove la Puglia emerge magica e sensuale, ancora una volta, stregonesca e ipnotica, tanto da sciogliere le rigidità di una donna tutta d’un pezzo che si abbandona all’ancestrale potenza di “tutta la libertà” di cui godiamo in questo angolo fortunato del globo. L’ideologia di fondo è sempre la stessa: rimescolare luoghi comuni, attrarre turisti, fare soldi. E siccome i soldi si fanno coi soldi, sbloccarne un po’ di pubblici per lo sviluppo delle arti immaginifiche.

Cosa c’è di sbagliato in questo? Tutto.
A cominciare dall’autoinganno. Dal falso orgoglio fatto di feticci e artefatte appartenenze. Allo sperpero di denaro. All’ignavia. Perché se è vero che è un bene attrarre capitali – ed è anche un compito delle amministrazioni locali farlo – educare un’intera popolazione a stare al gioco per il bene di quattro affittacamere è criminale. In Puglia si sta girando, da sette anni a questa parte, una fiction di massa, dove ogni singolo pugliese ha un ruolo: è chiamato a sostenere e amplificare, pena l’accusa di disfattismo, un progetto che corrisponde alla realtà come l’attuale castello di Deliceto somiglia al reale castello di Deliceto. E sia chiaro. Ripristinare la gerarchia delle priorità non significa affatto negare la bellezza del centro storico di Vico, del castello di Oria o sminuire l’importanza della Grotta dell’Arcangelo. Significa ricordare le parole del governatore, quando ancora andava d’accordo con Bertinotti, alla vigilia delle Primarie del centrosinistra. Quando prometteva di trasformare la Puglia nella prima regione “deprecarizzata” d’Europa. Quando garantiva che mai e poi mai avrebbe seguito i passi del suo predecessore nella scellerata politica di smantellamento della Sanità pubblica. Quando l’attenzione all’ambiente era così fervente da non lasciare ipotizzare un suo ruolo così attivo nello scempio di Taranto. Quando il mondo del lavoro, dei cantieri e delle fabbriche, avevano un posto nell’agenda dei bisogni reali. La realtà del suo governatorato ha smentito le premesse che l’avevano animato. C’è poco da fare. Magari molto da discutere sulle tare e i lasciti, ma la situazione resta invariata. La disoccupazione giovanile ha aperto le porte ad una nuova emigrazione, la mancanza di prospettive – solo parzialmente sedate dai vari Bollenti Spiriti e Fermenti attivi – ha aperto un solco generazionale spaventoso, l’incuria e il disinteresse nei confronti della cosa pubblica si è acuito anziché ricomporsi. Nella nostra città, che formalmente resta in terra di Puglia, si vive nel ricatto occupazionale e si sopravvive di clientele. Agli angoli delle strade non c’è mai stata, a memoria d’uomo, così tanta immondizia. E il livello di ottimismo è talmente basso che provare a reagire equivale, nella mentalità comune, ad un Canto di Ossian. Colpa di Vendola? Non solo. Di certo, tra le concause, c’è l’illusione di una Primavera pugliese fittizia e presuntuosa, di cui è rimasta traccia filmica in archivio per amici di amici dell’Arci. Eppure – eroicamente seguitiamo a dirlo – la nostra è una terra meravigliosa, oscura e rude, inospitale e fertile. Dove viviamo al di sopra delle nostre possibilità, provando a non cedere. Bene. Qualche mese fa abbiamo provato a chiedere alle istituzioni di poterci far carico di un pezzo risibile della promozione turistica di questa terra senza politiche mirate, nella Puglia felix del Governatore. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Cosa che, per noi, vale più di una risposta.


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26 Luglio 2007


Infiltrati

“…la parola compagno non so chi te l’ha data, ma in fondo ti sta bene, tanto ormai è squalificata” (Giorgio Gaber)

“E nell’ansia che ti perdo ti scatto un’altra foto” (Tiziano Ferro)

Le foto sono due. Nella prima, nove poliziotti risultano immersi in un sipario boschivo. Tre di loro sono incappucciati ed hanno lo scaldacollo alzato fino agli occhi. Nella seconda, un discreto crocchio di caschi dei carabinieri avanza verso l’obiettivo. Qualcuno l’ha finanche superato. Lo scenario è ancora montano. Sullo sfondo, tre teste infagottate. Evidenziate dal pronto cerchietto rosso. Cappucci, cappelli, ancora scadacollo. Scatti “rivelatori”. Girano in rete. Da un monitor all’altro, con la stessa puntigliosa costanza di un Tarzan tra i rami. Valsusa, senza alcun dubbio. Con tempismo, all’indomani di una battaglia.

Un piacere sottile, perverso, s’impossessa dei compagni. Un movimento della testa che travalica l’annuire. Che diventa saccenza, ammonimento. “Te l’avevo detto io, compare. Non c’è da fidarsi”. E in una manciata di attimi si tira fuori dalla tastiera il nome di Cossiga. Anche i sedicenni, i ventenni, i ventiduenni. Cossiga. Cossiga e il suo Metodo. Sbirri negli angoli nevralgici degli spezzoni cruciali. A fomentare il caos. A generare lo scompiglio. A facilitare l’intervento poliziesco. A scatenare la repressione. Uno dietro l’altro, a farsi posto per ripetere lo stesso stornello. Come se lo si conoscesse davvero. Filastrocca di un nonno strafatto di vino novello, ripetuta biascicando le vocali, facendo fischiare le consonanti, con l’impellenza del sonno a presidio. C’era una volta. Di generazione in generazione, per un paio di giri gravidi di letteratura. E fantascienza. Ed ecco che gli sbirri infiltrati diventano un dato di fatto. Perché la memoria è produzione immateriale, e noi di queste memorie farlocche ne abbiamo stive piene. Undici anni, mese più, mese meno. A dimostrazione dell’impossibilità strutturale di questo Paese di realizzare conflitto. Perché il conflitto, quando c’è, è etero diretto, dicono i compagni. Pilotato. Orientato da grandi vecchi di ascendenza aliena, che giocano con noialtri schierati in formazione come il dio dei cattolici col planisfero. Eppure si, si che ci piace guardare i greci! I francesi! Ultimamente persino gli spagnoli! “Fare come da loro!”, gridano i muri, mentre in migliaia, bava alla bocca, si collegano in streaming alla diretta degli scontri di Atene. Finanche a Madrid è giunta l’eco della nostra esterofila invidia. Gira persino un coso che noi, ai tempi nostri, non avremmo esitato a definire collage. In rete. Mostra i popoli d’Europa battersi nelle piazze contro il mostro della moneta unica, della Banca centrale, dell’Unione. E gli italiani, placidamente assorti sotto l’ombrellone, ad affollare le spiagge o a guardare una partita di pallone. Poi capita che un giorno la polizia venga affrontata. E alé. Parte la caccia all’infiltrato. Alla dimostrazione che no, non può essere. Sono troppo furbi, i compagni, per credere che davvero qualcuno abbia rotto i recinti della nonviolenza opportunista. C’è puzza di bruciato, c’è qualcosa sotto. Una foto, due, magari d’archivio, magari risalenti allo sfondamento sulle Ardenne. “Te l’avevo detto io, compare. Non c’è da fidarsi”.

O è infamia o è ingenuità. In entrambi i casi, checché ne dica il riscoperto Toni Negri, non sono il retaggio di un atteggiamento ancora Novecentesco del movimento. Quanto piuttosto la prova che non esiste alcun movimento. Che non si può edificare sulla pretesa che siano le sfumature a dividere le anime. Altroché. C’è un deficit di cultura, che si riverbera in un approccio che sa di distrastro. Mica sottigliezze. Cultura. Non i libri, no. Non quelli. Non i dibattiti, i convegni, le assemblee, i reading. E neppure il povero Gramsci, pescato dal cilindro quasi sempre a sproposito. Cultura come esperienza di vita e di strada. Di battaglie. Di colpi presi e di colpi restituiti. Di botte date e incassate. Cultura di pratiche. Sostenere e sbandierare ai quattro venti che si è scoperto l’arcano – che nelle manifestazioni vi sono infiltrati delle forze dell’ordine – è il modo più efficace, immediato e semplificato di gettare discredito sulla prassi della violenza e del conflitto aperto. Delle due l’una: o si è consapevoli di ciò, e allora si rasenta la delazione, si indica al nemico un obiettivo depotenziato, delegittimato, screditato. E il nemico va in gol comminando anni di carcere come fosse niente, nel silenzio complice di chi ancora, undici anni dopo Genova, pretende di possedere il monopolio sulle pratiche e sui pensieri dello stare in piazza. O si è stupidi a tal punto da non individuare il legame tra il sospetto seminato e l’isolamento che precede gli arresti, le perquisizioni, i tribunali e le condanne. E quando – come per i fatti del 15 ottobre a Roma – le pene diventano mastodontiche, il silenzio che ne consegue è stupito e distante. Ma pur sempre complice. Del resto: se i cattivi sono tutti fascisti o poliziotti infiltrati, a chi – col sano e dimostrabile pedigree democratico e socialista – può interessare? Sono agenti dei cattivi in divisa, questi cattivi incappucciati, che attaccano per finta, per scatenare la risposta e riempire le celle di sicurezza di tanti poveri buoni idealisti. Nessuna pietà per loro. Nessuna comprensione. La pubblica gogna, piuttosto. L’allusione e il non-detto. Che valgono più di un urlo. O di uno schiaffo.

Ma perché, da cosa nasce, questa brama di individuare l’infiltrato? Perché rallegrarsi quando lo si può mostrare per estenderlo ad un’intera categoria di manifestanti, dopo aver tifato per le molotov di Exarchia? Semplice. Per lo stesso principio per cui i “neri” erano affascinanti a Seattle, a Praga, a Goteborg ma non a Genova. Per lo stesso motivo per cui il Pkk, l’Ira, l’Eta, ma non le Br. La distanza. Il coinvolgimento. Facile, troppo facile, liberatorio quasi, potersi atteggiare ad estremista nei salotti della sinistra per bene. Indurre allo scandalo attraverso dichiarazioni ardite su quello o quell’altro movimento di piazza, sull’assalto alle banche e ai bancomat. Finché tra i salotti e la piazza, come in autostrada, si è obbligati a tenere una distanza di sicurezza. Una mezzeria esistenziale. Ma quando il fuoco si avvicina a casa, quando l’incendio non è più uno spettacolo di cui parlare dal terrazzo sorseggiando Mojito, allora ecco che lo scenario cambia rapidamente. Tumultuosamente, come i moti dell’anima. Meglio tutelarsi, affinché non ci sia la prova del fuoco a incidere sulla pelle il marchio della viltà. Affinché alle parole non debbano per forza seguire i fatti. Perché i fatti, oh, sono pericolosi, oltre ad avere la testa dura! Ed un conto è sproloquiare dell’audacia dei greci e ciarlare di rivolta in internet. Altra, ben diversa, è sapere che ti tocca. Che nella marea di pratiche difformi, un posto dietro la barricata lo si troverebbe, se lo si volesse. E qui scattano gli allarmi, come le campane la domenica mattina. Si ricorre ai distinguo. Si rovescia sul contesto – che si pretende marcio e traviato – il proprio limite. Si affida all’alibi la propria vigliaccheria. Message in a bottle.

Per tutto questo e per molto altro, non c’è da stupirsi quando poi sfiliamo tra ali di folla che ci danno dei “Fascisti!”. È il minimo. La risultante ovvia di una completa, imbarazzante, disarmante assenza di fortificazioni culturali e di strada tra i compagni “rimasti a Genova”. Nonché l’effetto collaterale di un dopolavorismo assai diffuso tra gli intellettuali che sono giunti alla Rivolta come palliativo per disintossicarsi dalla Playstation. Noi, mai come oggi, nell’epoca della “democraticizzazione” delle pratiche dopo l’oligopolio dei Social forum, nell’epoca della frantumazione creativa, della polverizzazione come nuova possibilità, riteniamo sia d’obbligo alleggerire le nostre fila. Smetterla di utilizzare quel termine glorioso divenuto sciocco del “Compagno” per definire chiunque – da sedicente – si piazzi dalla nostra stessa parte della barricata morale. E snellire il concetto stesso ai soli che – gomito a gomito – ritroviamo al nostro fianco quando la marea torna a salire. Ogni volta che sale. Gli altri, i delatori involontari, gli infami convinti, gli ingenui, gli intellettuali da salotto, i procacciatori di scoop in rete, annegassero pure. Non spenderemo per loro una parola di cordoglio, né verseremo per loro una lacrima.


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14 Luglio 2007


L’orto della Cassazione


“Non c'è dubbio che durante il G8 di Genova fu messa in discussione, dal profondo devastamento subito dalla città, la vita pacifica dei genovesi”. Pene ridotte per 8 su 10. “Tutto quello che accadde a Genova fu lesione dell'ordine pubblico, e mi riferisco anche a quello che hanno fatto gli imputati usciti dal processo”. In realtà, sarebbero 4, ma fa niente. Decurtare di un niente l’abominio, non lo rende meno abominevole. Del resto, cosa sono 9 mesi quando hai 15 anni da stare al fresco per aver rotto una vetrina (sebbene con la “consapevolezza” che il gesto produrrà “un esito ulteriore a quello del semplice danneggiamento”)? Ma la stampa ha un suo gioco e dalla verità può farne brandelli a carnevale. Il concetto che si insinua, che filtra, deve essere univoco, il più possibile chiaro: lo Stato è stato durissimo con i poliziotti della Diaz, che alla fine facevano il loro dovere, e s’è permesso di abbuonare mesi a quei mostri che hanno messo Genova a ferro e fuoco. È un canovaccio codificato, neanche particolarmente fantasioso. Quello, per intenderci, messo in scena quando un tabaccaio insegue e spara un ladro sorpreso a introdursi nel suo esercizio. La gente disinteressata, che ascolta placidamente sprofondata nel sofà dei cazzi propri, è indotta a commentare: “Povero tabaccaio. Adesso vedi che si prende venti anni! A parti invertite, quello, il ladro, sarebbe stato dentro due giorni, poi l’avrebbero lasciato andare. Con tante scuse”.

Sconto di pena per i No Global e il Black bloc.
Per i titolisti, insomma, ci è andata bene. Ci è andata di culo.
Entrare nel supermercato della Cassazione è stato, alla fin fine, un ottimo affare. Come quello dei fustini di detersivo. Negli anni Ottanta.

“Per la vastità dei fatti accaduti, le devastazioni compiute a Genova durante il G8 si collocano verso i vertici di una ipotetica scala di gravità sociale del reato e la partecipazione agli atti criminosi di questi 10 imputati non trova la minima giustificazione”.
Dieci capri espiatori dieci.
Dieci esemplari della peggiore coscienza di Stato. Pescati nel mucchio dell’evento più video-ripreso della storia del Movimento. Inchiodati alle proprie responsabilità d’oltraggio. Per cinque di loro si sono spalancate le confortevoli porte di una galera. Con effetto immediato.
Per gli altri, un vizio di forma ha spalancato le altrettanto confortevoli porte di un tribunale d’appello. Come il Monopoli o il Gioco dell’Oca. Alla casella precedente. Ma mai fermi un giro.
Nella ragnatela delle Istituzioni. Undici lunghi anni. A undici anni un bambino è alto 1,40. Se avessimo avuto figli in quei giorni, adesso sarebbero così. Invece. L’incertezza di campare deve colare come resina sul cranio dei colpevoli. Fino a rendere, loro e noi, mosche fossili nell’ambra. Tutti. Chi rischia la punizione e chi, da complice, s’aggrega al destino del sorteggiato nella macabra lotteria del potere. Anche dopo una malattia debilitante, anche dalle peggiori dipendenze, si può uscire a respirare. Come nei cartoni animati: vedere la luce e ricominciare a vivere. Ma lo Stato non è un tumore al seno. E neppure l’eroina. Lo Stato è peggio. Perché gioca con le vite consapevolmente. Nel pieno del diritto. Come il Dio dei cattolici e senza rifugiarsi nei vicoli del malaffare. Le ferma nel limbo, le intrappola alla dogana. Ne succhia la linfa. Le costringe all’appassimento. Senza prospettive, senza progetti, senza stimoli. Quando per undici anni ti spedisce come un pacco da un’aula all’altra di un Palazzo di Giustizia, quando ti mostra una cella come ai tori il drappo rosso. Vuol dire il vero capo d’accusa è che la lesa maestà. E i tori portano memoria. Sanno che non si ritorna vivi dall’arena.

Troppo semplice. Troppo facile sarebbe, adesso, mettersi a fare parallelismi, paragoni. Sull’iniquità del sistema giudiziario pilotato. Sui magistrati che finiscono sotto i riflettori e ai riflettori rispondono, dopo un gioco mortificante di spinte e contro-spinte. Troppo facile ripetere il mantra dei nomi e dei cognomi. Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi. Ripercorrere le loro vicende. Stringere i pugni ricapitolando i vari gradi di giudizio. E le sentenze. Per poi imbastire confronti. Troppo facile sottolineare la differenza che intercorre tra una vetrina e un essere animato.
Troppo facile organizzare voli pindarici sui termini dell’accusa. Devastazione e saccheggio. Ragionare, finanche compostamente, su cosa significhi, in un sistema economico quale il nostro, devastare e saccheggiare. Su chi devasta cosa, su chi saccheggia chi. Gli esempi della Val Susa, delle falde acquifere, dei condoni, delle zone a vincolo ecologico o archeologico, delle fabbriche di Eternit, dei rigassificatori, dei termovalorizzatori, delle discariche abusive e non, salgono fin troppo spontaneamente alla memoria. Senza forzature. Ma non c’entra. Non c’entra mai. Così come non c’entrano i morti sul lavoro e la sete di giustizia inappagata. Troppo semplice rinverdire la tradizione dell’esempio. Del cattivo esempio che deve espiare e perire lentamente. Bruciare il proprio peccato sulla pira, davanti al popolo attonito o plaudente, purché spaventato. Terrorizzato e dissuaso dal seguire la scia del reo. Del resto: le sentenze sono intonate allo Spirito di Genova. Sono un G8 della Repressione in scala. Lì, in strada, si doveva chiudere con le piazze piene e le riparazioni di guerra. Qui, in quell’orribile palazzaccio romano, di fronte ad un altrettanto brutto monumento a Cavour, si persegue lo stesso principio. Aggredire l’ordine borghese comporta conseguenze atroci. Che si sappia.

Che lo sappia quell’accozzaglia che rumoreggia fuori. E sappia pure, giacché ci troviamo, che i sopravvissuti sono semplici rinviati a giudizio in contumacia. Individui – siano essi anarchici nerovestiti, antagonisti in t-shirt e pantaloncini, idealisti in maniche di camicia – la cui pena è soltanto sospesa o differita. Non certo annullata. Lo Stato non dimentica. E quando viene vilipeso in piazza, quando i suoi sbirri sudano e si rifugiano nella brutalità per aver ragione di un nemico che al massimo è dotato delle proverbiali “armi improprie”, va letteralmente in bestia. E dapprima sospende i sempiterni diritti per permettere la ramanzina (a Genova ci è andata di culo a rientrare con un morto soltanto!), poi li riabilita al culto per esplicitare il disappunto e la delusione paterna negli ambiti preposti. Nel caldo afoso della piazza, una piazza enorme e senza cestini, costellata di aiuole in pieno sole, saremo sessanta. O qualcuno in più. Loro, gli sbirri, molti. Contiamo sedici camionette solo nell’area interessata. Ma ogni strada ha il suo bivacco di carabinieri. I poliziotti tengono saldamente la scalinata del Palazzo. E, a parte un paio di fumogeni, nessuno pensa minimamente di scalzarli dal presidio. Nell’aria va la musica, poi il microfono si apre per ricapitolare con parole diverse i nostri concetti anziani, arteriosclerotici. Quelli che rimastichiamo e sputiamo da oltre un decennio, sperando forse di invaghire i passanti, ma che al momento non hanno prodotto altro frutto al di fuori del ritrovarci in sessanta nel giorno della Cassazione. C’è un altro presidio, ci dicono. In serata, a piazza Trilussa, in pieno Trastevere. Lì arriverà la notizia. Che sarà negativa. Qui nessuno spera nella clemenza dei tribunali. Ed è pure difficile che tra queste ragazze, tra questi ragazzi, vi sia chi ha salutato con scoppi di mortaretti la democrazia ritrovata dopo la sentenza-farsa della Diaz. Ma la domanda, la vera domanda, è altra: Dove sono tutti? Tutti gli altri, vogliamo dire. Che tutta questa gente va bene, certo, a Foggia sarebbe un mezzo successo. Ma Roma, ci dicono le guide, è più grande della nostra città. Chiediamo in giro e la parola che riemerge con più frequenza è “scazzi”. Si sono scazzati, i romani. Divisi. Una parte qui, una parte lì. Su un argomento del genere. Ma ormai non è più tempo neppure di “prendersi veleno”. Di sgranare il rosario dei motivi, delle ragioni e dei torti, a ritroso, per un mese di assemblee che non ci riguardano. Fino a sciogliere il nodo gordiano. Per noialtri, che ci siamo messi nelle macchine senza manco leggere l’appello o le firme in calce, è inconcepibile. Ma non fiatiamo. Del resto, Roma è Roma. E ci sarà un motivo se è così. Ci limitiamo all’attesa. A muovere la testa su e giù meccanicamente, mentre Kaos rimbomba dalle casse. A muoverci in pellegrinaggio con il Minimarket all’angolo, che ha le Ceres a 1,70. Poi la corte va a pranzo. Ci fanno notare che siamo in ritardo. Tutti, non solo noi. Che ci siamo fatti dettare i tempi della mobilitazione dalla Giustizia ordinaria. Quando non dalla televisione. Che ci siamo dilaniati, sfibrati, colpiti, accusati. Mentre – l’altroieri come nel 2006 – i compagni rischiavano ugualmente la galera che si concretizzerà oggi. Anche ai tempi dell’Appello. Ma noi, a differenza dei tori, non portiamo memoria. Per noi, che giochiamo a negare gli apporti e ad improvvisare il futuro, ogni storia è una storia nuova. Siamo il mito greco di noi stessi. Il Tantalo sopraffatto. Andiamo via con la testa che ribolle, e non solo per i 35 gradi. Sapremo delle condanne in coda sulla tangenziale. Nessuno penserà alla botta di fortuna di cui parlano Messaggero, Repubblica e Corriere. Ma il primo pensiero andrà ai compagni. Alla schiena dritta che dovranno avere per issarsi giorno dopo giorno sulla brandina di una fetida prigione, per soddisfare la fame di vendetta di quel mostro chiamato Repubblica Italiana. Quanto a noi, ci chiediamo se chiediamo troppo ad invocare la tempistica. I processi inquisitori in Valsusa, gli arrestati del 15 ottobre. Rischiano spropositi e siamo ancora in tempo. Non sarà il caso di far passare la voce che i compagni non devono marcire in galera, e nel supremo nome di questa banalità mettere da parte per un po’ la cura dell’orto di casa?


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19 Aprile 2007


Né vita né perdono

A proposito di “Diaz” di Daniele Vicari

Quattro ragazzi francesi riemergono alla luce del giorno. Hanno passato la notte chiusi in un bar, per sfuggire alla vendetta degli uomini in divisa. Si avventurano per le strade deserte. Giungono alla Diaz, ne oltrepassano i cancelli. Non sanno niente. Non immaginano. Ma non ci mettono molto a capire. La palestra che gli si spalanca dinanzi è la mappa perfetta della carneficina. Il sangue è ovunque. Sui termosifoni, sugli zaini, negli angoli. I due ragazzi più giovani piangono. I due più grandi, più esperti, di cui è chiaro il ruolo negli scontri, rimangono sgomenti. Poi lei, l’unica donna del gruppo, con un pennarello scrive: Don't clean up this blood. Non cancellate questo sangue. E ti viene un groppo in gola che è tutto. Ma non fai a tempo a rielaborare. Neppure a far fluire il disgusto e l’appartenenza, che lui, il nero del Blocco Nero, fugge. Lontano da quello scenario d’orrore. “Stavano cercando noi”, dice. E depone le armi. Un senso di colpa improvviso quanto inarrestabile. “Abbiamo sbagliato tutto”, in sostanza. E si arrende. In meno di un minuto, la scena più grandiosa e la quella più infima di Diaz, il film di Daniele Vicari. Come dire: splendore e miseria di una pellicola. Ma davvero siamo ancora a questo?, ti chiedi. A domandarci se davvero quei cani siano entrati nella scuola alla ricerca di qualcuno in particolare, di qualcosa nello specifico?

Allora, giunti a questo punto – undici anni dopo quei giorni di rabbia e di furore – diventa irrimandabile affermare che le storie, le micro-storie – quell’intreccio di sogni intimi, motivazioni private, emozioni e casualità personali – non ci interessano più. Perché sui libri di storia c’è scritto che la battaglia di Gerusalemme è stata combattuta il 14 luglio del 1099 tra l’esercito crociato e le milizie egiziane. E a nessuno preme sapere degli ardori, dei bisogni, dei frammenti di vita dei singoli crociati genovesi o delle sfortune, delle pieghe del destino, che hanno portato il tal soldato a sferrare o a subire i tali colpi. L’assedio e la battaglia di Gerusalemme sono storia. Punto. E l’analisi che ne consegue è politica. Se vogliamo sopravvivere al continuo, paraculistico richiamo all’emotività che nulla spiega e di tutto fa libero arbitrio ed interpretazione, dobbiamo considerare Genova alla stregua di Gerusalemme. Di Bouvines o di Calatafimi. Storicizzata freddamente, lucidamente, impietosamente, sino a renderla impersonale. Immateriale. Inequivoca. Come lo sono tutte le battaglie che restano. Un nome, un richiamo. Immediato, lampante. No, quel sangue non l’abbiamo cancellato. Tutt’altro. Quel sangue è nostro. E tale resterà. Ma scegliere di frammentare l’ingranaggio collettivo della memoria e della rivendicazione in una miriade di facce, provare cinematograficamente a seguirne bandolo e matassa, finisce per fare un torto alla politica. All’analisi di quei giorni. Undici anni dopo. Non un giorno o due.

In Bloody Sunday di Paul Greengrass i paracadutisti inglesi sono una massa informe, senza soggettività, speculare e contraria alla massa fungibile dei manifestanti irlandesi. E quando il primo colpo piomba sulla folla, il segnale d’attacco non è imputabile ad un soldato, alle sue sensazioni del momento, alle sue paure. Uno preme il grilletto, ma è l’Inghilterra intera a sparare. E tra quella singola faccia, che nessuno neppure ricorda, e il Principe di Galles ci passa lo scarto di zero. Meno di zero. Sono un tutt’uno. Perché è inutile, è dannoso, è paraculistico, seguitare con la tiritera menzognera del gioco soggettivo. Dell’effetto Sliding doors per cui ognuno di noi, in base ai casi della vita, poteva trovarsi da una parte o dall’altra. Indifferentemente. Nient’affatto. Non ci è bastato dover discutere nei bar, sui posti di lavoro, negli spogliatoi del calcetto, di Carlo e di Placanica, del “Tu che avresti fatto al posto del carabiniere”? Intendiamo ancora proseguire sulla scia di quella retorica? Tanto da non comprendere se la scuola cinematografica anglosassone sia capace di tali operazioni a cuore aperto perché gli inglesi stanno provando a saldare i conti col passato o viceversa. Fatto sta che noialtri, a giudicare dal prodotto finito, siamo ancora lontani da quei livelli.

Anni luce lontani. Per indole melodrammatica. Per pavidità. Per opportunismo. Per spirito cortigiano. E date le premesse, sembra appena appena assurdo dover rispolverare gli argomenti di allora per un dopo-cinema di oggi. Come se fossimo nella calda estate del 2001. Ma tant’è. Il lenzuolo ha parlato. Violenza, un mare di violenza. Sangue, tanto sangue. E la monta strisciante della tensione sui muscoli cervicali che si fa indignazione, poi rabbia autentica. Ma, permettetemi di dire, quel sangue è elemento neutro. Forse il più paraculo fra tutti gli elementi. Perché dinanzi ad un celerino di cento chili che carica a fondo il suo tonfa e lo schianta sulla faccia minuta di una ragazzina indifesa ed immobile, fino a farne schizzare il sangue e i frammenti di ossa nelle casse del dolby surround, c’è da essere davvero degli amanti dello Snuff per non provare ribrezzo. Dinanzi alle umiliazioni, dinanzi all’infamia, dinanzi a denti, tagli, cicatrici, non si può parteggiare per quell’immonda immondizia in divisa da assassino. A meno di non essere degli psicopatici della medesima risma. Ma la lunga gestazione del nostro lutto collettivo meritava qualcosa di più di una (finalmente) ben documentata sequela di orrori. Delle prove di un massacro che fa fremere di sgomento un arco istituzionale talmente vasto da rimanerne stupiti. Da rimanerne neutri.

Meritava, tanto per dirne una, dei nomi e dei cognomi. Dei responsabili presentati col sottopancia. Magari anche di un counter a cadenzare i momenti. Ne avrebbe risentito la licenza poetica dello sceneggiatore, certo. Saremmo finiti tra le braccia di un filmone didascalico e la cosa avrebbe fatto arricciare il naso ai cinefili. Ma avrebbe tolto al pubblico la perversa parvenza di trovarsi dinanzi ad una supposizione artistica. Perché Genova non è una di quelle storie che concludi con Tutti i riferimenti a fatti e persone sono puramente casuali. A Genova nulla è stato casuale. E il pubblico non deve ipotizzare, da quel che ha letto o visto altrove, che quel pezzo di merda è De Gennaro e quell’altro stronzo è Manganelli o Canterini. No. Il pubblico deve saperlo per certo. Non ci possiamo lamentare delle assoluzioni in tribunale se neppure nella finzione siamo in grado di condannare. Condannare, si. Come i peggiori forcaioli sulla piazza. Occhio per occhio, dente per dente. Altro che storie. Altro che affondi di sciabola sul moribondo Berlusconi. Una volta per tutte: l’operazione di polizia di Genova è stata architettata, pensata, studiata, affinata, negli incontri strategici tra i più alti papaveri dello Stato democratico. Ed è andata esattamente come doveva andare. Terrorismo dall’alto. Stroncare un movimento liberando le proprie truppe d’occupazione interne. Dissuaderlo, con la pena di morte, dal tentare di nuovo di colorare le strade di protesta. Genova non è stata la manovra emotivamente instabile di quattro disadattati in una stanza dei bottoni. Non il frutto della scelta avventata di un singolo scosso da un abbandono sentimentale o da una tirata di coca. O, ancora, la semplice sommatoria di migliaia di vite. Genova è come la Gerusalemme crociata: un campo di battaglia dove ognuno ha fatto la sua parte e una parte ha vinto. Mentre l’altra per dieci anni almeno ha sentito addosso gli spasimi della tortura. Anche se non era fisicamente alla Diaz. O a Bolzaneto.

Ma dal film tutto ciò non si evince. E attorno al grumo di sangue secco, o alla ferita ancora aperta e pulsante, il contesto riproposto oggi è il cliché di allora. Come se la nostra reale condanna fosse vivere in una galleria del vento perpetua ed essere costretti – incubo tra gli incubi – a dover ripetere Genova per altri venti, cinquanta, cento anni. Senza spostare una sola pedina, senza modificare una sola opinione. Le lunghe gonne variopinte delle danzatrici gitane attorno ad un rogo sul mare, a richiamare l’amore, il sesso e la libertà, a sospirare su quel che poteva essere e non è stato; i dread, le canotte, i torsi nudi, gli spinelli e i sacchi a pelo a testimoniare la bellezza della diversità, della varietà, dell’unità tra opposti, della curiosità e della meraviglia della conoscenza; l’idioma francese e tedesco dei casseurs, degli “anarchici”, di quelli che gli scontri li fanno per davvero, a sottolineare che il Blocco Nero esiste, ma non è cosa di qua, non è cosa nostra, che sono dei professionisti del casino e chissà chi ce li ha mandati; il vecchio sindacalista, il buon giornalista idealista, il mediattivista, a fungere da figure idealtipiche, fughe in avanti nell’affanno della narrazione. E il cliché più cliché di tutti: il poliziotto buono. Quello che il cuore non l’ha sepolto sotto la divisa. Quello che, dopo aver addestrato una muta di cani, d’incanto, dinanzi al nemico, sente che la coscienza gli rimorde. E di messicano qui, più che la macelleria, c’è tutta la trama di una brutta telenovela. Il poliziotto buono – che qui poi sarebbe Fournier, capace di chiedere “scusa” per la tentata strage con la stessa disinvoltura con cui si chiede alla signora dirimpetto se ha un pizzico di sale; quando non lo stesso Canterini, che vorrebbe evitare che i suoi cocainomani si lancino sulla preda dopo averne sentito l’odore –, il poliziotto buono, si diceva, è la chiave di volta della nostra cinematografia. Di più. Con la sua capacità di intercettare le speranzose e mai dome illusioni delle anime belle, anche dinanzi allo scempio più pianificato; con il suo sapersi presentare come una specie di figlio del Nilo predestinato, affidato alle acque durante un’epidemia e fondatore di chissà quali nuove città d’ordine e armonia; il suo saper allontanare la lacerazione dell’autocritica dallo spettatore desideroso di dicotomie rassicuranti; con i suoi bisogni materiali, i figli a casa, i bacetti alla fidanzata nel bel mezzo di uno scempio. Egli stesso, è, la chiave di volta della nostra dubbia moralità. Noi non siamo inglesi. Non riusciremmo ad ingoiare la fedeltà al corpo dell’ultimo parà, che dinanzi al tribunale militare nega d’aver notato irregolarità a Derry e insabbia i morti senza lasciare scampo ai benpensanti. Noi abbiamo bisogno di Perlasc(hi), di Salv(i) D’Acquisto, di eroi positivi che dimostrino la nostra natura di “brava gente” anche nel buio denso delle epoche più tenebrose. E ci sottraggano alle responsabilità della critica d’opposizione. Dell’uomo che, da solo, salva la specie. Del germe che assicuri lunga vita ai buoni sentimenti. Che ci permetta di tornare a casa e dire che, alla fine, era solo un film.

Ma Genova no. Non è stato un film.


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